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La Comunità di Capugnano e le Chiese di S. Michele di Capugnano e S. Maria di Castelluccio


"Capugnano e Castelluccio, una Comunità e le sue Chiese". Prefazione di Mario Fanti

Con piacere ho accolto l'invito del Gruppo di Studi alta valle del Reno di premettere alcune considerazioni a questa ricerca di storia parrocchiale su Capugnano e Castelluccio. In primo luogo perché le ricerche di questo tipo mi stimolano sempre in modo particolare, avendone condotte io stesso parecchie nel corso di quasi quattro decenni, sia in ambiente urbano che rurale. ln secondo luogo perché è motivo di soddisfazione per me vedere come vari temi che avevo avuto modo di indicare in ricerche che allora, per la nostra zona, potevano considerarsi pionieristiche (come quella sulla parrocchia di Granaglione o quella sulle visite pastorali di Lizzano in Belvedere), vengono ora sviluppati e approfonditi. Infine perché è piacevole constatare, su un piano generale, come il filone storiografico "parrocchiale" che fino a non moltissimi anni fa era relegato fra le espressioni secondarie di quella sottospecie della storia che andava sotto il nome di "storia locale", goda oggi di un'attenzione e di un'apprezzamento che era utopistico sperare, e abbia progressiva-mente affinato i suoi strumenti di indagine e ampliato il raggio della sua visuale e dei suoi raffi onti. In realtà negli ultimi decenni, nel contesto italiano attraverso ricerche sulla vita parrocchiale che spaziano dalla storia istituzionale a quella politica e sociale, dalla demografia all'economia, dal rapporto fra clero e popolo a quello tra comunità religiosa e comunità civile, dalla storia della pietà a quella della mentalità, è stato possibile conoscere e comprendere quello che prima a molti, anche fra gli "addetti ai lavori" (per non parlare degli altri, credenti o no), sembrava un mondo chiuso e uniforme , espressione della vicenda plurisecolare, monotona e non molto interessante, di plebi affaticate, perennemente ai margini della storia e costantemente in ritardo sulle "magnifiche sorti e progressive" distillate negli Oratori urbani dell'intellettualità più o meno "organica" e della grande politica. Ciò malgrado le suggestioni e gli esempi che venivano dalla scuola storica transalpina, dagli "Annales" alla sociologia religiosa. Da alcuni decenni la ricerca sul campo, condotta in una pluralità di situazioni diverse convenientemente approfondite e comparate, si è incaricata di collocare al giusto posto la storia delle pievi, delle parrocchie, dei santuari, delle confraternite, come chiave indispensabile per l'apertura di molte delle serrature di cui è munita la porta della ricostruzione storica. Di ciò anche questo libro fornisce una evidente dimostrazione. L'esemplare ricerca di Alleo Giacomelli che (e lo si capisce) non è un fatto episodico ma il frutto di vent'anni di studio su ogni genere di fonti, ci presenta il quadro di una parrocchia-comunità della montagna bolognese, quella di Capugnano e Castelluccio, che pur presentando, sotto alcuni aspetti, connotati eccezionali, è comunque largamente rappresentativa di una realtà complessa, vivace e tutt'altro che chiusa nella cerchia dei suoi monti e avulsa dalle correnti della grande storia. Chi avrebbe potuto sospettare, in realtà come queste, la precoce riforma rigoristica e pretridentina di un don Martino Zanini? O la ideologia politico-istituzionale della piccola patria montanara espressa dal cronista-segretario della Comunità, nell'ottica di un repubblicanesimo che guardava non solo alla situazione bolognese, esemplare per più versi, ma addirittura a quella di Venezia che restava la repubblica per eccellenza in tempi di restaurazione aristocratica, neofeudale e regalistica? Chi avrebbe potuto immaginare, prima di questa ricerca, l'esistenza di una cappella "nazionale" dei capugnanesi a Bologna, le precoci forme di istruzione, tra scuola e seminario informale, a Capugnano e Castelluccio, la fondazione di una casa religiosa femminile che ricorda il beghinaggio di altri contesti storici e geografici, l'influenza dei capugnanesi nella vita civile e soprattutto religiosa della città? E un ricchissimo tessuto di vita religiosa, strettamente intrecciato con quella civile, che si dispiega in ogni campo, nel bene e nel male: nell'iconogralia sacra delle chiese che obbedisce a un disegno didascalico-religioso ma anche di celebrazione civile, familiare o comunitaria; nella coincidenza fra sede parrocchiale e sede della Comunità e nella compenetrazione dei rispettivi archivi; nel coinvolgimento di molti ecclesiastici nelle lotte familiari e banditesche del Cinquecento che cesseranno solo per la fermezza di Sisto e il prevalere della riforma tridentina. E ancora: il giuspatronato popolare, l'opera" per il mantenimento della chiesa, le confraternite laicali, i benefici ecclesiastici di diritto familiare che collegano per secoli famiglie e parrocchia e contribuiscono a determinare la frequenza delle vocazioni ecclesiastiche; tutta la complessa rete di rapporti che legavano chiesa e popolo, clero locale e Comunità, emerge dalla ricerca di Alfeo Giacomelli con assoluta nettezza. Non meno persuasiva è l'analisi delle vicende attraverso le quali, dal culmine cinque-secentesco dell'integrazione fra parrocchia e Comunità civile, si passa alla separazione in due della originaria imitò parrocchiale, alla crisi economica e ideale della Comunità e, tramite lo "shoc" rivoluzionario fra Settecento e Ottocento, mai digerito dalle popolazioni che diedero luogo ai moti del 1809-1810, alla restaurazione politica che, paradossalmente, segnò l'inizio di quel processo di sfasciamento dell'antico contesto paesano-parrocchiale culminato nel nostro secolo con la grave perdita della memoria collettiva che oggi da più parti si cerca, però ancora timidamente, di recuperare. Giacomelli ci tiene a far sapere che il suo testo è un tentativo di mediazione fra esigenze scientifiche e divulgative, in cui molti ulteriori documenti sono stati omessi o non sviluppati in tutta la loro potenzialità; sarà vero cenamene per chi conosca le sue qualità di ricercatore instancabile e incontentabile: ma credo di non esagerare affermando di aver letto pochi testi del genere altrettanto ricchi, pregnanti e stimolanti come quello che egli considera frutto di un compromesso fra esigenze non facilmente conciliabili. Il lavoro è completato dalla ricerca di Edoardo Penoncini e Renzo Zagnòni sugli oratori dell'area capugnanese e castelluccese: si tratta di segni diffusi di una pietà non soltanto popolare, di punti di riferimento nel contesto geografico e demografico e, non di rado, di ulteriori simboli autoidentificativi di borghetti e villaggi all'interno della realtà parrocchiale, una specie di secondo livello. Anche qui le mutate condizioni sociali hanno fatto sentire il loro peso, tuttavia è interessante constatare l'esistenza di insospettabili elementi di continuità con un passato lontano: si veda il caso dell'oratorio di Cà dè Ciocci , eretto, si noti bene, nel 1975 e al quale ben presto si sono collegati racconti di segni, o presunti tali, di natura soprannaturale che ci riportano a ben diverse temperie religiose e culturali. Questo è dunque un libro esemplare e ricchissimo, stimolante e problematico frutto di una ricerca penetrante, onesta e di prima mano; e come tale costituisce uno di quei ricuperi di memoria e di cultura, cioè in definitiva di coscienza, di cui nella società civile e nella comunità ecclesiale si avverte ogni giorno la pressante necessità. 

 Mario Fanti

La Comunità di Capugnano e le Chiese di S. Michele di Capugnano e S. Maria di Castelluccio. Strutture ecclesiastiche, vita religiosa e vita civile in una comunità dell'alto reno in età moderna, di Alfeo Giacomelli

DALLE ORIGINI ALLA CRISI TRE-QUATTROCENTESCA 

Sul fondo etnico di quei gallo-liguri che lungo filo da torcere dettero alla penetrazione romana, il territorio capugnanese fu poi certamente romanizzato anche se sono da respingere etimi come Caput Jani (Testa del dio Giano) e Castrum Luci (Accampamento di Lucio Silla), che pure i capugnanesi vollero ripetere dal Cinquecento ad attestare l'antichità e nobiltà delle loro origini. Caponiano o Capuniano è chiaramente un etimo di origine fondiaria, che potrebbe derivare da un gentilizio romano o fors'anche attestare un'antica vocazione alle osterie termali o di passo, mentre Castelluccio, che è nome tardivo, connotante solo una parte dell'originario territorio capugnanese, indica semplicemente "piccolo borgo, paesino" neppure necessariamente fortificato. I capugnanesi anzi non avrebbero mancato di vantarsi e gloriarsi della loro predestinazione cristiana se avessero saputo che un Capunius ebbe importanti incarichi palestinesi proprio negli anni della nascita di Gesù'. La storia del territorio capugnanese non dovette divergere sostanzialmente da quella di tutto l'alto Reno: graduale romanizzazione, invasioni barbariche e resistenza bizantina, penetrazione longobarda dalla Toscana, inserimento nell'impero franco, ecc. Un suo specifico territorio, è individuato già nel diploma d'Astolfo del 753 (forse però rielaborazione successiva) che concede a S. Anselmo ed al monastero di Nonantola il territorio belvederiano, sebbene poi non risulti espressamente citato nella conferma di Carlo Magno del 775. Toponimi ancor vivi nel '500 come Campo di Alboino o Scanno regio, sembrano comunque attestare una prolungata presenza longobarda che, come è noto, evolverà nel sistema della "signoria stagnense", a cavallo del Reno, inglobante appunto anche il Capugnanese, periodo e assetto politico intorno agli Attoni ed a Matilde di Canossa che potrebbe essere ancora attestato da un altro persistente toponimo, nell'area dei boschi comunali, la Vallimenga (ossia la Vallis dominica). In rapporto a questa situazione politica, la prima cristianizzazione del suo territorio avvenne a partire dall'antico e vastissimo plebanato delle Capanne o di Soccida, interessante anche molti comuni-parrocchie poi decisamente toscani e vitalissimo, come vedremo, fino al 1585. L'emergere di una specifica comunità-parrocchia capugnanese fu sicuramente più tardo, connesso all'espansione demografico-economica successiva al Mille. La prima chiesa di Capugnano fu eretta nel 1106-1111 (ancora agli inizi del '600 i capugnanesi conservavano nel loro archivio comunale il rogito di fondazione di Baruffo Baruffaldi) e fu dedicata come l'attuale a S.Michele, santo di grande devozione presso i Bizantini, ma fatto proprio anche dai Longobardi ed al quale erano particolarmente dedicate le vette. Era l'unica chiesa della comunità, ancora assai ristretta nel suo insediamento di cresta tra il Poggio e Castelluccio (600-800 m), e perciò era posta nella località che conserverà il nome di Pra de' preti, in una collocazione centrale ed isolata rispetto all'insediamento originario. Tutto il restante territorio verso gli alpeggi ed i tre fondovalle del Silla, del Reno, del Rio Maggiore era ancora costituito da vasti boschi comunitari che solo in piccola parte saranno intaccati coll'espansione del Duecento per riprendere il sopravvento nella depressione tre-quattrocentesca. Capugnano cominciò a rientrare forse nell'area politica bolognese nel 1197 (anno a cui datava un suo privilegio) e fu poi coinvolta nelle lotte tra Bologna e Pistoia per il controllo dell'alto Reno che si conclusero nelle note transazioni del 12194. Intorno male data vediamo anche delinearsi più nettamente il comune civile: un arengo degli uomini di Capugnano fatto il 6 settembre 1220 davanti alla chiesa di S.Michele ci mostra infatti la partecipazione di due consules, due milites (nobili) e due homines (popolari) all'impegno di destinare l'arretrato di £. 115,14 della colletta per le crociate alla fortificazione di un non meglio precisato fortilizio locale (al Poggio? al Castellaro? alla Rocchetta sul Reno?). Il comune sembra dunque connotarsi ancora per la compresenza di elementi nobiliari e popolari ed in tale atto figurano anche i due primi sacerdoti noti della comunità, Tolomeo e Domenico, e anche un Rustico abate di Vaiano, monastero con cui la comunità risulterà collegata anche in seguito. (.....).



Economia e riforme a Bologna nell'età di Benedetto XIV



Il lunghissimo conclave da cui uscì Benedetto XIV è indicativo delle difficoltà in cui si dibatteva il pontificato. Si è spiegata questa lunghezza coi condizionamenti esteri nell'imminenza della ripresa bellica per la successione austriaca ma l'accordo non poteva essere raggiunto che su un papa neutrale e quasi di necessità, per la posizione dello stato pontificio, moderatamente filoborbonico. Lo scontro sui problemi interni, su due visioni dello stato e della chiesa, fu di gran lunga più rilevante e si concretò nella diretta contrapposizione di due uomini simbolo: il Ruffo, espressione degli Albani e degli zelanti, del primato romano e dell'accentramento curiale, della difesa dell'immunità ecclesiastica; il bolognese Aldovrandi, uomo tutto politico ed anche economista e speculatore, che usciva dalla famiglia che, coll'ambasciatore Magnani, agli Albani, alla curia ed al Ruffo si era più direttamente opposta nella difesa delle autonomie provinciali, pronto ai compromessi concordatari con le potenze e la società laica ed eterodossa . A testimoniare la centralità dei problemi interni si sa anche che Benedetto XIV lesse in conclave l'opera di Lione Pascoli ma un testo in particolare illumina questa situazione, il Discorso dell'ambasciatore dello stato pontificio al conclave, illustrato dal Dal Pane che, ignorandone l'autore, lo assegnò ad un generico «popolo romano», non accolto come contemporaneo a nostro avviso per una sottovalutazione del livello del dibattito e dello scontro raggiunto nello stato pontificio nel primo quarantennio del secolo — da Venturi. Numerose copie manoscritte reperite in Bologna (di cui alcune provenienti dall'ambasciata bolognese e dallo stesso Benedetto XIV) ne fanno autore il camerinese mons. Conti — dato già noto al Moroni — probabilmente fin da questi anni in stretto contatto con l'ambasciata bolognese (......).

Pierre Subleyras, Papa Benedetto XIV (1741);Reggia di Versailles. Tratto da Wikipedia

La chiesa di Bologna e l'Europa durante l'arcivescovado del Cardinal Vincenzo Malvezzi



Se si eccettuano alcuni panegirici in occasione della morte, fatti da personalità religiose di tutto rilievo e assai laudativi, non si può certo dire che la letteratura sull' arcivescovado del card. Vincenzo Malvezzi sia numerosa e di rilievo' e ciò in particolare contrasto con la letteratura sul suo predecessore Prospero Lambertini-Benedetto XIV che è abbondante e generalmente encomiastica, anche se spesso molto aneddotica e poco incisiva dei problemi religiosi e politico-economici o socio-culturali che coinvolsero la società e la chiesa bolognesi del periodo'-. In effetti forse proprio questa abbondanza di letteratura acritica per il Lambertini ha finito per schiacciare la possibilità di una corretta lettura dell' arcivescovado del Malvezzi, impedendo di cogliere quali profonde linee di continuità legassero le due personalità e le due epoche, naturalmente anche con non irrilevanti differenze di sensibilità e di stile personale e fratture di clima e di situazioni. In particolare poi ha gravato sulla possibilità di una corretta lettura del Malvezzi e della sua epoca il fatto che egli fosse stato il protagonista della soppressione dei gesuiti, per questo amato ed esaltato da una vasta parte del mondo contemporaneo quanto altrettanto odiato da un'altra. Gli elementi di odio e di rimozione già prevalevano con l'avvento di Pio VI Braschi che portava all'immediata disgrazia del Malvezzi e, naturalmente, si intensificarono ancor più dopo la rivoluzione francese e con la Restaurazione. E del resto una sorte, questa, che il Malvezzi condivide con altre grandi personalità bolognesi del periodo, primo fra tutti il marchese Carlo Grassi, che, a nostro avviso, va annoverato tra i maggiori riformatori italiani del Settecento', di cui in parte condivise gli obiettivi ma con cui talora si scontrò duramente. Al più anche in opere recenti si è in qualche modo cercato di salvare la personalità dell'individuo e del religioso ma si è eluso il problema di una valutazione più critica e globale della sua personalità e della sua epoca e delle condizioni più generali della chiesa e della società bolognesi. (....).

Vincenzo Malvezzi, dalla Biblioteca Digitale del Comune di Bologna


Comunità e Parrocchia nell'area Appenninica in Età Moderna



Parlare in breve delle forme tradizionali di aggregazione popolare nella montagna-collina emiliano-romagnola (anche a limitare il discorso a pochi elementi come la comunità e la parrocchia) non è semplice perché, se esistono elementi strutturali uniformanti la cultura appenninica (l'ambiente, una certa unità di cultura materiale e spirituale, l'alimentazione, ecc.), esistono anche tra le diverse aree differenze profonde. Nel piacentino e nel parmense il peso della grande feudalità è rilevante e quasi non conosce fratture dall'età medioevale alla rivoluzione: i castelli conservano anche in età moderna gran parte della loro importanza strategica e sono spesso al centro di veri piccoli stati consolidati dalla tradizione ghibellina e dalla rilevanza dei feudi imperiali liguri a cui li collegano le strade che dalla Lombardia e dalla Padania scendono verso Genova e Sarzana. Nel ducato estense la feudalità montana resta rilevante anche se nei suoi aspetti minori può dar origine a qualche macchietta della commedia dell'arte, come il conte di Culagna poi, per fuggire il ridicolo, ribattezzato d'Acquaviva. In età moderna anzi, per le esigenze politiche e finanziarie degli Este, la feudalità tende nuovamente ad espandersi rispetto alle libertà conquistate dalle comunità nella tarda età medioevale e nella prima età moderna, nonostante non manchino episodi di accanita resistenza popolare. Però, con poche eccezioni come i Montecuccoli, si tratta per lo più di una feudalità frazionata che non sembra più in grado di incidere realmente, mentre al contrario il Frignano con la sua ampiezza e dilatazione vanta una tradizione di autonomia da Modena che ha potuto fondarsi sullo spessore delle persistenze etniche liguri come sull'autonomia dell'abbazia di Nonantola dalla diocesi modenese, sulle periodiche penetrazioni ed occupazioni bolognesi come, infine, sulla stessa espansione estense oltre lo spartiacque, nella Garfagnana. (......)

Identità storica e vocazioni del territorio bolognese




Colloquio con Alfeo Giacomelli.

Comincerei con una constatazione. Il territorio coordinato dalla città di Bologna ha mantenuto una notevole stabilità nei secoli e paragonato ad altre realtà, per esempio il territorio modenese o quello romagnolo - ha una notevole estensione. Bologna ha sviluppato una capacità di controllo sul contado sconosciuto alle altre città emiliane. Inoltre questo dominio non conosce eccezioni e si manifesta sia verso la pianura, sia verso la montagna. Lei concorda con questa affermazione? 

 Per l'età moderna certamente. Bologna è una grande città di tipo europeo, internazionale, sia dal punto di vista demografico, sia dal punto di vista produttivo. E' assolutamente una delle città trainanti sul piano europeo nella prima rivoluzione industriale, in epoca tardo medievale-primo rinascimentale e quindi su questa base raggiunge anche un controllo del territorio che almeno in area emiliana non ha confronti con le altre città. Però anche nel caso bolognese questa compattezza è il risultato di un processo storico piuttosto prolungato che lascia tracce profonde anche sull'età contemporanea. Bologna ha sicuramente come punto di riferimento della sua organizzazione territoriale in epoca moderna un substrato più antico, che e dato dalla diocesi, cioè l'entità religiosa del territorio, la quale a sua volta riflette un momento organizzativo probabilmente tardo romano, altomedievale, quando la città aveva sicuramente un controllo del territorio già consistente. La diocesi bolognese coincide con lo spartiacque montano, cosa che invece non è avvenuta a lungo per il territorio politico. In età altomedievale Bologna è invece stata una città relativamente perdente rispetto ai centri vicini, perdente sicuramente rispetto a Ravenna, perdente rispetto alla penetrazione longobarda da Modena e dalla Toscana e il suo territorio si è ridotto notevolmente. Ad esempio la contea di Modena si espande praticamente fino al Reno, la marca toscana penetra fino all'altezza di Riola, altre aree sono estremamente frammentate, il territorio della diocesi di Nonantola e lo stesso territorio soggetto all'abate di Nonantola è piuttosto esteso sia in pianura sia lungo la valle del Samoggia e del Panaro, fino ai passi verso la Toscana (Lizzano, Corno alle Scale). Il Comune bolognese, che si costituisce intorno all'autorità vescovile, ha inizialmente il problema di riaffermare la propria autorità. Questo processo di riconquista del territorio, che data tra la fine del XII secolo e la prima metà del XIII secolo, coincide con l'affermazione del comune popolare, con l'affermazione delle arti, con una rivoluzione anche politica ed economica, e con la stessa affermazione dello Studio. Una serie di fenomeni concomitanti che porta Bologna a primeggiare in Europa. (....)

La Madonna di San Luca a Bologna - Valori simbolici del santuario e del portico nel contesto politico-culturale bolognese del Sei-Settecento



Il culto cittadino della Madonna di S. Luca si era delineato assai gradatamente, anche per l'acquisizione duecentesca del monastero collinare alla religione domenicana e poi per la discesa trecentesca delle monache nel convento urbano di S. Mattia, fino al 1433 quando, per iniziativa di Graziolo Accarisi, primo elaboratore della leggenda, erano iniziati i trasporti cittadini dell'antica immagine. Significativamente però era stato solo sotto la consolidata signoria di Giovanni II Bentivoglio, nel 1476, che il culto della B.V. di S. Luca era entrato organicamente nella liturgia cittadina in connessione ai tridui delle rogazioni minori, cominciando a configurarsi, per tale fatto, come specifico culto "nazionale" bolognese Poco dopo, nel 1481, anche la chiesa ebbe i primi significativi ampliamenti. D'altra parte lo sviluppo del culto santuariale mariano si delinea quasi ovunque appunto solo a partire dalla seconda metà del Quattrocento. Agli inizi del Cinquecento il culto patronale cittadino della B.V. di S. Luca era ormai ben definito tanto che lo stesso Giulio II, conquistando la città, come non mancò di confermare la "nazionalità" dei benefici ecclesiastici bolognesi, non mancò di rendergli omaggio, connotando la liturgia "lucana" delle rogazioni bolognesi e il monastero di S. Mattia di particolari indulgenze, in continuità con quelle che pontefici, legati e vescovi già avevano concesso a partire da Nicolò IV. ...


Corporazioni d'arte e famiglie cittadine in relazione con la basilica di San Petronio (secoli XVI-XVIII)



Le circostanze storico-politiche che portarono alla delineazione della figura leggendaria di S. Petronio ed alla sua fissazione come patrono della città sono state oggetto di numerosi studi specialistici né perciò occorrerà insisterci. Su qualche punto merita però richiamare l'attenzione, anche per individuare linee di continuità tra l'età medievale e moderna ed il persistere del culto e della funzione patronale nel mutare delle circostanze storico-culturali. 
S. Petronio è un santo esclusivamente bolognese, funzionale al dominio della città, che nello stesso contado bolognese non ha praticamente alcun culto. Il governo cittadino chiama capitani, vicari, podestà e massari a prestare omaggio per la festa del santo ma il suo culto non si diffonde nel contado. Non c'è alcuna chiesa bolognese che gli sia dedicata, forse con l'unica eccezione di Funo dove però è tardivo contitolare per l'intervento di un senatore Angelelli, né vi sono cappelle o benefici che ne portino il nome, ad eccezione di un beneficio nella metropolitana di S. Pietro. Le stesse immagini del santo compaiono raramente e tardivamente in pale comitatine e sarà da esaminare in quali circostanze e per quale committenza. Inutile dire che in città invece il santo figura in innumerevoli pale ed affreschi, presso numerosissime chiese ed in contesti estremamente significanti: ad esempio nella pala dei Mendicanti del Reni o nell'altare di S. Alò dell'arte dei fabbri, sempre ai Mendicanti, chiesa di giuspatronato senatorio. In contado c'è una sola vera eccezione, quella di Castel Bolognese, l'enclave romagnola conquistata dai bolognesi proprio nel 1388, ossia negli anni stessi della fissazione della repubblica popolare e dei nuovi statuti nonché di fondazione della basilica. S. Petronio è dunque il protagonista di un'impresa coloniale del «popolo» bolognese proprio ai danni dello Stato pontificio, sostiene un' enclave che, con pochissime parente-si, la repubblica bolognese manterrà anche dopo essere stata sottomessa da Roma e dai pontefici, fino al 1794, in un rapporto coi sudditi-alleati romagnoli di reciproca convenienza e sostegno. La soppressione di tale enclave, dopo le tensioni già delineatesi nel 1780 per il piano economico del card. Boncompagni e Pio VI, sarà anche in qualche modo l'evento simbolico della fine di un rapporto, di un compromesso costituzionale instauratosi col pontificato e la curia alla metà del Quattrocento e ricontrattato agli inizi del Cinquecento, poi più volte esplicitamente o implicitamente ridefinito. Non a caso, lasciati nello stesso 1794 liberi di scegliere in rapporto al nuovo piano doganale del tesoriere Ruffo, i bolognesi opteranno di essere considerati stato estero e avranno inizio le più specifiche congiure dei «malintenzionati» e dello Zamboni, già tutte orientate in senso rivoluzionario ed insieme di restaurazione della libertas repubblicana bolognese, apertamente appoggiate da larga parte del ceto senatorio. Tutti gli eventi che ruotano intorno al culto di S. Petronio ed alla stessa costruzione e completamento della basilica conservano dunque, anche in età moderna, un'immediata valenza simbolica e politica nel contesto di una specifica fede civica, municipale, della volontà bolognese di persistere come ben individuata patria e nazione. Finché il culto di S. Petronio resta vivo in Bologna, la città continua a volersi nazione, in un rapporto di amore-odio, comunque di tensione con Roma, con la curia e i sovrani-pontefici. Gli affreschi di palazzo Magnani, sede d'apertura del nostro convegno, ne sono uno degli esempi più eccezionali e non privi di agganci con la lunga durata del culto giurisdizionalista del santo. 
Circa questo rapporto di tensione basti pensare, dopo la fondazione della basilica, all'estromissione delle immagini del legato card. Aleman e di Martino V dal portale di Jacopo della Quercia; basti pensare ai complessi equilibri politici che vedono, dopo i primi interventi di Eugenio IV, la delineazione della struttura quasi definitiva del Capitolo (1 primicerio, 18 canonici, 15 beneficiati) nel 1463, sotto Pio II ed il card. legato Capranica, quando la costruzione della basilica conosce il secondo e maggior impulso, con la famiglia del principe Bentivoglio relativamente defilata a vantaggio delle altre famiglie dell'oligarchia e per contro, con un legato concordatario e filocittadino come il Capranica, promotore dei lavori e fondatore egli stesso di una specifica cappella (che peraltro cederà poi all'arte «bentivolesca» dei macellai, la più prossima al potere del signore. La struttura del Capitolo si consolida in queste circostanze proprio con la cessione ad esso da parte dei XVI riformatori del dazio di piazza, ossia con una delle tante privatizzazioni delle risorse e della finanza pubblica che caratterizzano l'affermazione dell'oligarchia bolognese a metà del secolo, dalla Gabella Grossa dottorale alla Tesoreria all'Università delle Moline, alla spartizione del contado in precise aree di influenza strategico-economica. In questo contesto la basilica ed il Capitolo di S. Petronio vengono ad essere uno dei diversi pilastri della struttura di potere e dell'equilibrio-compromesso politico-istituzionale cittadino.


Tra cavalle e affari di donne nell'applicazione del Concilio Tridentino - (Parte I.2)




Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Tra cavalle e affari di donne nell'applicazione del concilio tridentino: l'uccisione di Giovanni Zanini e le sventure di Venturino di Galeazzo Melini  (Luccaiola, 1572)

Che non sempre tra Melini e Zanini ci fosse stata tensione ma che anzi in passato ci fossero stati buoni rapporti ed anche relazioni di parentela, che anzi, nonostante l'asprezza delle tensioni recenti qualche ramo degli Zanini ancora non disprezzasse d'imparentarsi con qualche esponente dei Mellini, sarebbe emerso da una nuova, drammatica e complicata vicenda criminale. Il 29 agosto 1572 , venerdì, il massaro di Granaglione, per dovere d'ufficio, presentava denuncia contro Andrea di Marco (Zanini) delle Capanne e suo figlio Gabriele e contro Venturino di Galeazzo di Bertolone (Mellini) per l'uccisione di Giovanni di Tonio (Zanini). Secondo la denuncia del massaro, nella stessa mattinata le cavalle di Gabriele erano andate a pascolare sui prati di Giovanni, che le aveva cacciate. Ne era nata una lite e Gabriele aveva colpito Giovanni con una pugnalata alla testa, poi anche Andrea lo aveva colpito alla testa con un «ronchono» e Venturino lo aveva ancora colpito con una daga alla spalla sinistra. La rissa si era svolta in località Luccaiola (presso le loro case).....

part. da un quadro di Giuseppe Cesetti (Tuscania 1902-1990)

Le bolle pontificie relative all'Università di Bologna dal 1450 al 1800 con particolare riferimento a Benedetto XIV



Il rapporto tra Università e Chiesa fu probabilmente più debole in età moderna, quando Bologna passò sotto il dominio della Chiesa, che in età medievale, quando era comune autonomo o solo periodicamente o latamente soggetto. La Chiesa infatti non eliminò o non riuscì ad eliminare la specifica autonomia della città, all'interno della quale l'Università godeva da tempo di sue specifiche autonomie.


La Madonna di San Luca e i polacchi



A richiamare la frequenza e profondità dei rapporti tra la società bolognese e la Polonia basta ricordare che il santuario della Madonna di San Luca, santuario del popolo ed in passato della "nazione" bolognese e quasi simbolo di autonomia repubblicana della stessa curi romana, è, per certi versi considerato dai polacchi in Bologna (e forse anche in Italia) il "loro" santuario e ciò non solo per la saldezza del culto mariano in Polonia e per un possibile parallelismo con la Madonna di Czestochowa o quella di Leopoli, ma anche per ragioni in parte occasionali, in parte più profonde e specifiche.

Ewa Lechniak Giacomelli - Dai quaderni dell'Associazione Culturale Italo-Pokacca "Malwina Ogonowska".

D.M. Viani, "Un miracolo di San Pio V" - 1660, Basilica di San Luca, Cappella Ghisilieri

Storia della Chiesa di Bologna: ordini religiosi in età moderna



I monasteri benedettini ed i conventi mendicanti nella prima età moderna, i monasteri femminili, i collegi di chierici regolari, i monasteri e i conventi comitatini, la soppressione della Compagnia di Gesù, gli ordini regolari e la cultura, le soppressioni rivoluzionaria, napoleonica e postunitaria e la rinascita.



 
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