Addio Alfeo

Ho contattato per la prima volta Alfeo nel settembre del 2017, dopo che mi era stato raccomandato dall'amico Pierluigi Carnesecchi, anch'egli come me alla ricerca delle origini delle antiche famiglie residenti fin da tempi remoti nella montagna pistoiese-bolognese e poi diramatesi in tutto il Centro Italia. 

Come mi sono presentato ho destato subito l'interesse di Alfeo poiché il nostro era uno dei numerosi casati tosco-romagnoli su cui aveva tanto studiato, nelle sue diramazioni e nei flussi migratori tra il contado e le città, tra le diocesi e le regioni. Tra l'altro, in qualche modo, come con quasi tutte le famiglie appartenenti alle “Corti del Reno”, i Giacomelli erano imparentati anche con noi Lenzi: la ricerca genealogica è una ricerca complessa e articolata che va analizzata nel suo insieme e nella sua totalità, questo è stato uno dei primi grandi insegnamenti di Alfeo. 

Alfeo è stato uno studioso intelligente, poliedrico, attento, preciso a tal punto che nulla poteva essere scritto e definito se non sulla base di documenti certi. Alfeo mi ha insegnato a leggere la storia, a capirne le dinamiche e l'evoluzione nel corso dei secoli soprattutto attraverso la microstoria e le vicende occorse alle nostre famiglie, interpretandola non con gli occhi di oggi ma con quelli del tempo in cui si è svolta e questo lo si può fare solo e solamente attraverso la lettura attenta delle fonti che sono gli atti di stato civile, gli estimi, i catasti, i rogiti, i censimenti, le memorie di qualsiasi genere, anche criminali, i testi e tanto altro, ma anche i palazzi, le opere d'arte, le chiese e gli stemmi. 

Potrei stare qui le ore a parlare di Alfeo, della sua gentilezza, della sua sensibilità, della sua generosità, della sua bontà, della sua sconfinata cultura, della sua pazienza, del suo amore per la storia ma chi lo ha conosciuto lo sa, chi invece non ha avuto la fortuna di conoscerlo, o di comprenderlo, si è perso una grandissima occasione di crescita, di maturazione delle proprie conoscenze dell'uomo e della vita perché è vero che solo conoscendo e interpretando correttamente il passato si può progettare un futuro migliore. 

Ho contato le conversazioni che abbiamo tenuto in questi quattro anni, sono state 1123, quasi una al giorno, io chiedevo e lui mi rispondeva sempre con pazienza, non ha mai mancato di darmi un consiglio ed di indirizzarmi nelle mie ricerche, di cercare di capirmi, di aiutarmi. Io non ho mai conosciuto una persona così e piango questa scomparsa dalla mia vita che non verrà mai colmata 

Non mi dilungo sul suo curriculum che è scritto in questo blog, un diario online che abbiamo creato assieme per fissare e non disperdere le tante conoscenze e studi prima da ricercatore dell'Università di Bologna e poi per proprio conto, un lavoro gratuito e appassionato, una piccola grande avventura che abbiamo costruito assieme con amicizia. 

Anche se la scorsa estate ci siamo conosciuti di persona, con Alfeo non siamo mai riusciti a darsi del tu, non per mantenere le distanze ma per rispetto, ma una persona che mi ha sempre e dico sempre ascoltato in questi anni, quasi ogni giorno, non può definirsi un grande amico? 

Addio Alfeo, e anche se certamente tutti e due non siamo stati dei grandi uomini di fede, io spero un giorno di rivederti, e dopo aver salutato tutti i nostri cari, darsi appuntamento in un luogo dal quale si possano vedere gli orizzonti sconfinati dell'umanità e parlar ancora assieme della vita, della storia e degli uomini. 

Ci sarà, assieme a me finché potrò, qualcuno che ha voluto bene ad Alfeo che porterà avanti questo blog per mantenere la sua memoria. 

 Alfeo ci ha lasciato all'Ospedale Sant'Orsola di Bologna, Martedì 13 Aprile 2021 alle ore 15,30. 

Grazie Alfeo




La Comunità di Capugnano e le Chiese di S. Michele di Capugnano e S. Maria di Castelluccio


"Capugnano e Castelluccio, una Comunità e le sue Chiese". Prefazione di Mario Fanti

Con piacere ho accolto l'invito del Gruppo di Studi alta valle del Reno di premettere alcune considerazioni a questa ricerca di storia parrocchiale su Capugnano e Castelluccio. In primo luogo perché le ricerche di questo tipo mi stimolano sempre in modo particolare, avendone condotte io stesso parecchie nel corso di quasi quattro decenni, sia in ambiente urbano che rurale. ln secondo luogo perché è motivo di soddisfazione per me vedere come vari temi che avevo avuto modo di indicare in ricerche che allora, per la nostra zona, potevano considerarsi pionieristiche (come quella sulla parrocchia di Granaglione o quella sulle visite pastorali di Lizzano in Belvedere), vengono ora sviluppati e approfonditi. Infine perché è piacevole constatare, su un piano generale, come il filone storiografico "parrocchiale" che fino a non moltissimi anni fa era relegato fra le espressioni secondarie di quella sottospecie della storia che andava sotto il nome di "storia locale", goda oggi di un'attenzione e di un'apprezzamento che era utopistico sperare, e abbia progressiva-mente affinato i suoi strumenti di indagine e ampliato il raggio della sua visuale e dei suoi raffi onti. In realtà negli ultimi decenni, nel contesto italiano attraverso ricerche sulla vita parrocchiale che spaziano dalla storia istituzionale a quella politica e sociale, dalla demografia all'economia, dal rapporto fra clero e popolo a quello tra comunità religiosa e comunità civile, dalla storia della pietà a quella della mentalità, è stato possibile conoscere e comprendere quello che prima a molti, anche fra gli "addetti ai lavori" (per non parlare degli altri, credenti o no), sembrava un mondo chiuso e uniforme , espressione della vicenda plurisecolare, monotona e non molto interessante, di plebi affaticate, perennemente ai margini della storia e costantemente in ritardo sulle "magnifiche sorti e progressive" distillate negli Oratori urbani dell'intellettualità più o meno "organica" e della grande politica. Ciò malgrado le suggestioni e gli esempi che venivano dalla scuola storica transalpina, dagli "Annales" alla sociologia religiosa. Da alcuni decenni la ricerca sul campo, condotta in una pluralità di situazioni diverse convenientemente approfondite e comparate, si è incaricata di collocare al giusto posto la storia delle pievi, delle parrocchie, dei santuari, delle confraternite, come chiave indispensabile per l'apertura di molte delle serrature di cui è munita la porta della ricostruzione storica. Di ciò anche questo libro fornisce una evidente dimostrazione. L'esemplare ricerca di Alleo Giacomelli che (e lo si capisce) non è un fatto episodico ma il frutto di vent'anni di studio su ogni genere di fonti, ci presenta il quadro di una parrocchia-comunità della montagna bolognese, quella di Capugnano e Castelluccio, che pur presentando, sotto alcuni aspetti, connotati eccezionali, è comunque largamente rappresentativa di una realtà complessa, vivace e tutt'altro che chiusa nella cerchia dei suoi monti e avulsa dalle correnti della grande storia. Chi avrebbe potuto sospettare, in realtà come queste, la precoce riforma rigoristica e pretridentina di un don Martino Zanini? O la ideologia politico-istituzionale della piccola patria montanara espressa dal cronista-segretario della Comunità, nell'ottica di un repubblicanesimo che guardava non solo alla situazione bolognese, esemplare per più versi, ma addirittura a quella di Venezia che restava la repubblica per eccellenza in tempi di restaurazione aristocratica, neofeudale e regalistica? Chi avrebbe potuto immaginare, prima di questa ricerca, l'esistenza di una cappella "nazionale" dei capugnanesi a Bologna, le precoci forme di istruzione, tra scuola e seminario informale, a Capugnano e Castelluccio, la fondazione di una casa religiosa femminile che ricorda il beghinaggio di altri contesti storici e geografici, l'influenza dei capugnanesi nella vita civile e soprattutto religiosa della città? E un ricchissimo tessuto di vita religiosa, strettamente intrecciato con quella civile, che si dispiega in ogni campo, nel bene e nel male: nell'iconogralia sacra delle chiese che obbedisce a un disegno didascalico-religioso ma anche di celebrazione civile, familiare o comunitaria; nella coincidenza fra sede parrocchiale e sede della Comunità e nella compenetrazione dei rispettivi archivi; nel coinvolgimento di molti ecclesiastici nelle lotte familiari e banditesche del Cinquecento che cesseranno solo per la fermezza di Sisto e il prevalere della riforma tridentina. E ancora: il giuspatronato popolare, l'opera" per il mantenimento della chiesa, le confraternite laicali, i benefici ecclesiastici di diritto familiare che collegano per secoli famiglie e parrocchia e contribuiscono a determinare la frequenza delle vocazioni ecclesiastiche; tutta la complessa rete di rapporti che legavano chiesa e popolo, clero locale e Comunità, emerge dalla ricerca di Alfeo Giacomelli con assoluta nettezza. Non meno persuasiva è l'analisi delle vicende attraverso le quali, dal culmine cinque-secentesco dell'integrazione fra parrocchia e Comunità civile, si passa alla separazione in due della originaria imitò parrocchiale, alla crisi economica e ideale della Comunità e, tramite lo "shoc" rivoluzionario fra Settecento e Ottocento, mai digerito dalle popolazioni che diedero luogo ai moti del 1809-1810, alla restaurazione politica che, paradossalmente, segnò l'inizio di quel processo di sfasciamento dell'antico contesto paesano-parrocchiale culminato nel nostro secolo con la grave perdita della memoria collettiva che oggi da più parti si cerca, però ancora timidamente, di recuperare. Giacomelli ci tiene a far sapere che il suo testo è un tentativo di mediazione fra esigenze scientifiche e divulgative, in cui molti ulteriori documenti sono stati omessi o non sviluppati in tutta la loro potenzialità; sarà vero cenamene per chi conosca le sue qualità di ricercatore instancabile e incontentabile: ma credo di non esagerare affermando di aver letto pochi testi del genere altrettanto ricchi, pregnanti e stimolanti come quello che egli considera frutto di un compromesso fra esigenze non facilmente conciliabili. Il lavoro è completato dalla ricerca di Edoardo Penoncini e Renzo Zagnòni sugli oratori dell'area capugnanese e castelluccese: si tratta di segni diffusi di una pietà non soltanto popolare, di punti di riferimento nel contesto geografico e demografico e, non di rado, di ulteriori simboli autoidentificativi di borghetti e villaggi all'interno della realtà parrocchiale, una specie di secondo livello. Anche qui le mutate condizioni sociali hanno fatto sentire il loro peso, tuttavia è interessante constatare l'esistenza di insospettabili elementi di continuità con un passato lontano: si veda il caso dell'oratorio di Cà dè Ciocci , eretto, si noti bene, nel 1975 e al quale ben presto si sono collegati racconti di segni, o presunti tali, di natura soprannaturale che ci riportano a ben diverse temperie religiose e culturali. Questo è dunque un libro esemplare e ricchissimo, stimolante e problematico frutto di una ricerca penetrante, onesta e di prima mano; e come tale costituisce uno di quei ricuperi di memoria e di cultura, cioè in definitiva di coscienza, di cui nella società civile e nella comunità ecclesiale si avverte ogni giorno la pressante necessità. 

 Mario Fanti

La Comunità di Capugnano e le Chiese di S. Michele di Capugnano e S. Maria di Castelluccio. Strutture ecclesiastiche, vita religiosa e vita civile in una comunità dell'alto reno in età moderna, di Alfeo Giacomelli

DALLE ORIGINI ALLA CRISI TRE-QUATTROCENTESCA 

Sul fondo etnico di quei gallo-liguri che lungo filo da torcere dettero alla penetrazione romana, il territorio capugnanese fu poi certamente romanizzato anche se sono da respingere etimi come Caput Jani (Testa del dio Giano) e Castrum Luci (Accampamento di Lucio Silla), che pure i capugnanesi vollero ripetere dal Cinquecento ad attestare l'antichità e nobiltà delle loro origini. Caponiano o Capuniano è chiaramente un etimo di origine fondiaria, che potrebbe derivare da un gentilizio romano o fors'anche attestare un'antica vocazione alle osterie termali o di passo, mentre Castelluccio, che è nome tardivo, connotante solo una parte dell'originario territorio capugnanese, indica semplicemente "piccolo borgo, paesino" neppure necessariamente fortificato. I capugnanesi anzi non avrebbero mancato di vantarsi e gloriarsi della loro predestinazione cristiana se avessero saputo che un Capunius ebbe importanti incarichi palestinesi proprio negli anni della nascita di Gesù'. La storia del territorio capugnanese non dovette divergere sostanzialmente da quella di tutto l'alto Reno: graduale romanizzazione, invasioni barbariche e resistenza bizantina, penetrazione longobarda dalla Toscana, inserimento nell'impero franco, ecc. Un suo specifico territorio, è individuato già nel diploma d'Astolfo del 753 (forse però rielaborazione successiva) che concede a S. Anselmo ed al monastero di Nonantola il territorio belvederiano, sebbene poi non risulti espressamente citato nella conferma di Carlo Magno del 775. Toponimi ancor vivi nel '500 come Campo di Alboino o Scanno regio, sembrano comunque attestare una prolungata presenza longobarda che, come è noto, evolverà nel sistema della "signoria stagnense", a cavallo del Reno, inglobante appunto anche il Capugnanese, periodo e assetto politico intorno agli Attoni ed a Matilde di Canossa che potrebbe essere ancora attestato da un altro persistente toponimo, nell'area dei boschi comunali, la Vallimenga (ossia la Vallis dominica). In rapporto a questa situazione politica, la prima cristianizzazione del suo territorio avvenne a partire dall'antico e vastissimo plebanato delle Capanne o di Soccida, interessante anche molti comuni-parrocchie poi decisamente toscani e vitalissimo, come vedremo, fino al 1585. L'emergere di una specifica comunità-parrocchia capugnanese fu sicuramente più tardo, connesso all'espansione demografico-economica successiva al Mille. La prima chiesa di Capugnano fu eretta nel 1106-1111 (ancora agli inizi del '600 i capugnanesi conservavano nel loro archivio comunale il rogito di fondazione di Baruffo Baruffaldi) e fu dedicata come l'attuale a S.Michele, santo di grande devozione presso i Bizantini, ma fatto proprio anche dai Longobardi ed al quale erano particolarmente dedicate le vette. Era l'unica chiesa della comunità, ancora assai ristretta nel suo insediamento di cresta tra il Poggio e Castelluccio (600-800 m), e perciò era posta nella località che conserverà il nome di Pra de' preti, in una collocazione centrale ed isolata rispetto all'insediamento originario. Tutto il restante territorio verso gli alpeggi ed i tre fondovalle del Silla, del Reno, del Rio Maggiore era ancora costituito da vasti boschi comunitari che solo in piccola parte saranno intaccati coll'espansione del Duecento per riprendere il sopravvento nella depressione tre-quattrocentesca. Capugnano cominciò a rientrare forse nell'area politica bolognese nel 1197 (anno a cui datava un suo privilegio) e fu poi coinvolta nelle lotte tra Bologna e Pistoia per il controllo dell'alto Reno che si conclusero nelle note transazioni del 12194. Intorno male data vediamo anche delinearsi più nettamente il comune civile: un arengo degli uomini di Capugnano fatto il 6 settembre 1220 davanti alla chiesa di S.Michele ci mostra infatti la partecipazione di due consules, due milites (nobili) e due homines (popolari) all'impegno di destinare l'arretrato di £. 115,14 della colletta per le crociate alla fortificazione di un non meglio precisato fortilizio locale (al Poggio? al Castellaro? alla Rocchetta sul Reno?). Il comune sembra dunque connotarsi ancora per la compresenza di elementi nobiliari e popolari ed in tale atto figurano anche i due primi sacerdoti noti della comunità, Tolomeo e Domenico, e anche un Rustico abate di Vaiano, monastero con cui la comunità risulterà collegata anche in seguito. (.....).



Casalecchio: Dai Comuni-parrocchia medioevali e moderni al Comune rivoluzionario-napoleonico. Linee evolutive di un territorio e di una società



Casalecchio: Dai Comuni-parrocchia medioevali e moderni al Comune rivoluzionario-napoleonico. Linee evolutive di un territorio e di una società 

 di All'eco Giacomelli 

Come nella quasi totalità dei casi, il Comune moderno di Casalecchio, è il frutto delle ristrutturazioni politico-amministrative dell'età rivoluzionario-napoleonica che di norma aggregarono un certo numero degli antichi e più piccoli Comuni, di norma nati e cresciuti organicamente insieme alle relative parrocchie e, non di rado, con sedi ed archivi presso le parrocchie stesse, nelle canoniche, e con arenghi sui sagrati o anche, almeno fino al Concilio di Trento, all'interno delle stesse chiese. Specificamente fanno parte dell'attuale territorio di Casalecchio ben 6 antichi piccoli Comuni-parrocchie: oltre Casalecchio stessa, Ceretolo, Tizzano, Medola o Olmetola e anche il piccolissimo Comune di Toiano, composto come vedremo di sole 5 famiglie e senza chiesa parrocchiale. In origine anche il piccolo borgo di Lauro (o Loro) fu Comune e parrocchia autonoma e nell'estimo del 1350 era posseduto in larga parte da un unico proprietario terriero il cui patrimonio fondiario era valutato L. 1.150. Nell'estimo 3 del 1451 Ceretolo ed il Lauro erano già unite e erano tassate complessivamente per L. 5.000 indice di una vasta presenza di piccoli possedimenti di fumanti 4 poi rapidamente travolti dall'evoluzione aristocratica della società.

A.S. di Roma, Catasto Gregoriano, mappa di Casalecchio di Reno (part.)


La leggenda medievale di Sant'Acazio di Montovolo. Un probabile caso di propaganda ideologica antifedericiana nella Bologna del Duecento



Nel 1982, in occasione dei restauri agli affreschi quattrocenteschi della chiesa di S. Maria della Consolazione di Montovolo da parte della Sovrintendenza ai Beni artistici e storici e della Sovrintendenza ai Beni ambientali ed architettonici, fui coinvolto in una ricerca sul più antico ed importante Santuario della Montagna bolognese che era stato storicamente, con altre chiese e con numerosi e frazionati appezzamenti di una vasta zona circostante, diretta dipendenza del capitolo della Cattedrale di S. Pietro. Esaminata la non cospicua nè troppo organica letteratura specifica, anche per risolvere i moltissimi problemi che restavano aperti le mie ricerche archivistiche si orientarono in due direzioni: da un lato lo studio diretto dei documenti del capitolo di S. Pietro, conservati parte nell'Archivio di Stato per le espropriazioni rivoluzionarie e parte ancora nell'Archivio Arcivescovile (da integrare con altre fonti ecclesiastiche come anzitutto le Visite pastorali e le Miscellanee vecchie), dall'altro lo studio degli estimi tardo-medievali e quattrocenteschi, per avviare attraverso di essi la ricostruzione del processo di colonizzazione ed insediamento del territorio circostante e per elaborare il processo di formazione e l'evoluzione delle famiglie locali, spesso assai importanti ed in relazione anche col mondo cittadino e con il capitolo (ricognizione questa da integrare per lo studio della società e dell'economia locali, del costume, con altre fonti quali i rogiti notarili ed i processi criminali). In quest'ultima direzione di studio mi soccorse non poco la cortesia del dott. Montanelli, proprietario di uno dei più importanti edifici della Scola di Vimignano, che mi fornì un discreto, sebbene fondamentalmente tutto moderno e ottocentesco, nucleo documentario relativo alla famiglia Parisi, stata proprietaria di edifici monumentali della zona quali appunto alcune case della Scola, Costonzo, Ca' d'Orè, ecc. ed illustrata da numerosi notai, ecclesiastici, ufficiali delle milizie bolognesi, ecc. Il lavoro svolto in questa duplice direzione fu assai consistente e solo in minima parte trovò espressione nella mostra documentaria che si tenne a Grizzana presso il Centro di Documentazione Giorgio Morandi dal settembre 1983 al marzo 1984 e nel relativo rapporto, La montagna sacra. Tutela, conservazione e restauro del patrimonio culturale nel Comune di Grizzana (Alfa, Bologna, 1984), dove compaiono, insieme al mio, altri contributi della D'Amico, dell'Adamoli, della Giudici, di Guidotti, Quattrocchi e Tarozzi. Per ciò che riguarda il mio contributo, a modificarne abbastanza profondamente íl contenuto rispetto alla più ampia impostazione iniziale stava un importante quanto fortunoso rinvenimento: la leggenda medievale autentica del Sant'Acazio e dei diecimila martiri venerati nel Santuario stesso, leggenda sulla quale, non sapendosene fino ad allora nulla, l'unica cosa che si potesse affermare era la sua sostanziale inattendibilità, ma intorno alla quale erano circolate svariate e suggestive quanto non provate ipotesi. Per il periodo medievale lo stato della ricerca risultava abbastanza disperante: da un lato infatti appariva evidente che quello era il periodo più importante nella storia del Santuario e della zona, il periodo in cui si erano fissati i vari culti ed edifici monumentali, dall'altro non emergevano dall'Archivio del capitolo documenti nuovi capaci di chiarirne concretamente le origini. Montovolo e le terre circostanti comparivano sempre e soltanto nelle elencazioni generali dei possessi donati dal vescovo al capitolo senza alcuna distinzione, in bolle e privilegi in parte autentici ed in parte apocrifi, già sostanzialmente noti e largamente utilizzati, così come già sostanzialmente utilizzati fin dall'erudizione settecentesca (ad esempio dal Calindri) erano i pochi altri documenti di natura diversa che era dato reperire. Solo a partire dalla metà del Quattrocento, dalla ripresa demografica, socio-economica e culturale del Rinascimento, che in Bologna si era espressa nei Capitoli col sovrano pontefice (ed ex vescovo) Nicolò V e nella Signoria bentivolesca, era dato reperire una prima parziale documentazione specifica (relativa ad esempio ai restauri della chiesa di S. Maria della Consolazione, ma non agli affreschi di S. Caterina). Tale documentazione si intensificava nettamente a partire dagli anni Ottanta dello stesso secolo, confermando ancora una volta la centralità che nella vita politica bolognese aveva avuto il vescovato del Cardinale Giuliano della Rovere che, con la difesa del ruolo dei vescovo e del capitolo, delle loro proprietà e giurisdizioni, era venuto gradatamente costituendo nella città un saldo polo di opposizione ai Bentivoglio, coronato poi nel 1506 e sotto il nuovo vescovo Grassi, quan-do il della Rovere era divenuto Giulio II, col riassoggettamento della città. Tutto ciò che per il periodo medievale si poteva formulare era dunque sostanzialmente acquisito: a parte le ipotesi di scontri tra Bizantini e Longobardi o tra Longobardi e Franchi (le battaglie dei paladini) su cui ritorneremo, che si volevano riflesse dalla leggenda acaziana, c'erano l'acquisita certezza di una precoce penetrazione longobarda dalla Toscana prima della definitiva pe-netrazione dal Panaro nel 727 e perciò proprio il prolungato attestarsi di un confine tra Esarcato e Longabardia lungo la linea Vigo, Montovolo, Savignano, Montecavalloro, Labante, Roffeno, e il graduale emergere nella zona di larghi possessi vescovili poi meglio definiti dopo la donazione al capitolo del vescovo Adaifredo nel 1054 dalle successive conferme pontificie e imperiali (problemi questi ultimi complicati da documenti apocrifi facenti risalire tale dominio ad una donazione imperiale al vescovo Basilio nel 363 o dalla citazione temporanea su Monte Palense o Montovolo di un monastero non altrimenti documentato). In questa problematica iniziale e nel persistere di un consistente substrato culturale bizantino si poteva ipotizzare avessero trovato la prima formulazione le devozioni di Montovolo, orientaleggianti, anzitutto appunto la stessa dedicazione della chiesa santuariale a Santa Maria della Consolazione, poi il culto del martire bizantino Acazio (la cui passio ortodossa aveva trovato formulazione poco dopo il Mille nel monastero greco-basiliano di Grottaferrata), incongruente con un suo ipo-tetico martirologio locale, ma santo noto su scala europea per la tendenza ad una ampia localizzazione in prevalente funzione militare, infine i culti di Santa Caterina d'Alessandria e della Santa Croce, in un certo senso anche di San Michele. (.....)      

AVVERTENZA 
Sono grato alla redazione di "Eclissi di Luna" per la correttezza ed accurata impaginazione del testo latino, della traduzione, e delle note della leggenda di S. Acazio e del testo critico che la accompagno', per la bellezza e pertinenza delle illustrazioni, lamento pero' che la nota introduttiva e la distribuzione su tre numeri e due anni dello scritto, certo dovuta ad esigenze editoriali, possa aver generato qualche equivoco. In particolare "fortunoso ritrovamento" della leggenda significava per me solo "inatteso, insperato" mentre dal testo del mio scritto ("Eclissi di Luna",a.III, n.2, p. 22) era esplicitamente affermato che il cabreo del canonico Pierizzi e la leggenda mi erano state segnalate dall'amico Mario Fanti, archivista arcivescovile e dell'Archiginnasio e eruditissimo storico bolognese. Cio' che rivendico non e' il ritrovamento ma l'immediato collegamento di quella leggenda con le vicende politico - militari della valle del Reno ed in particolare con l'incendio "ex immissione diabolica" della chiesa di S. Maria di Montovolo, che non fu evento fortuito ma un preciso atto militare agli inizi del conflitto mortale tra la Chiesa e Federico II in cui Bologna fu per molti versi l'epicentro, l'ombelico del mondo. A queste conclusioni ero giunto autonomamente prima della segnalazione della leggenda ed era per me evidente che l'estesa colletta per la ricostruzione della chiesa indetta dall'arcidiacono e facente funzione di vescovo Ottaviano Ubaldini fosse stata accompagnata da una altrettanto ampia azione di propaganda antifedericiana. Quello che fu fortunoso e insperato era che questa predicazione politico - religiosa contro l'anticristo scomunicato e denunciato autore del De tribus impostoribus fosse legata ad uno specifico e - diciamolo pure - grossolano falso, anche se lo stesso imperatore - ed era ampiamente noto dagli scritti del Kantarowicz - aveva esplicitamente denunciato tale pratica da parte della Chiesa. La leggenda del S. Acazio bolognese era percio' una precisa conferma della violenza ideologica e materiale dello scontro, della sua irreversibilita' e dell'impossibilita' di conciliazioni. In base a molteplici considerazioni che in seguito sviluppero' ritengo da tempo che all'origine del falso non sia solo l'arcidiacono, poi vescovo e cardinale Ottaviano Ubaldini, talora ritenuto infido e propenso alla mediazione, ma (per la sua formazione e prolungata e determinante presenza in Bologna e specificamente anche nelle vicende della valle del Reno, per la sua personalita' complessiva) lo stesso pontefice Gregorio IX, gia' canonico renano e vescovo d'Ostia, legato pontificio per l'Italia del centro nord e quindi immediato "antecessore" dell'Ubaldini. Questa tesi mi sembra convalidata anche dal fatto che la versione della leggenda bolognese sembra derivare piu' direttamente dal testo della biblioteca vaticana. Le molteplici puntualizzazioni, anche specificamente documentarie (ad es. il trattato segreto tra il vescovo di Pistoia ed i Panico immediatamente dopo la vittoria militare - sconfitta politica di Federico II a Cortenuova nel 1237 e in concomitanza al suo soggiorno in Bologna) non lasciano dubbi sull'interpretazione della leggenda e sul complesso degli eventi che, ancora con qualche cautela, davo nel 1983 in occasione dei restauri (Verso il restauro storiografico), interpretazioni che trovarono forti resistenze forse per preoccupazioni piu' politico - ideologiche che per riserve strettamente storico-documentarie, tanto che per quasi quarant'anni su di esse e' calato il silenzio e non se ne trova traccia neppure nei tre splendidi volumi federiciani della Treccani. Allo stesso modo trovarono forti opposizioni altri riferimenti ed affermazioni dello scritto del 1983, tra cui, ad es., il riferimento ad Alexander Newskij e il parallelo Fossalta - Stalingrado. Nella brevita’ del tempo e dello spazio che mi fu concessa non nascondo che, per farmi capire e per far emergere l’importanza della vicenda, fui costretto ad affermazioni forti, ma non le rinnego affatto. Tra l’altro Newskji e la battaglia del lago Peipus e le vicende di Bologna e di Montovolo furono contemporanee e strettamente collegate. Gli eventi che coinvolsero Bologna e i nostri personaggi - questo era il centro del mio discorso - non furono piccoli eventi di “storia locale” ma fecero parte di sconvolgimenti e di una “guerra mondiale e totale” che coinvolse tutti i continenti ed i popoli all’epoca noti, tutte le religioni, le ideologie, le economie, le conoscenze tecnico - scientifiche, furono eventi di eccezionale modernita’, tanto che le loro conseguenze perdurano tuttora, dopo ottocento anni e infiniti altri rivolgimenti che - in larga misura - continuarono ad essere condizionati dalle scelte e dagli eventi di quel momento. Non nascondo anche che lo scritto del 1983 fu fortemente influenzato anche dagli eventi strettamente contemporanei, mondiali ma anche specificamente italiani e bolognesi (direi persino della stessa universita’ di Bologna) del 1983 - 84, eventi su cui si e’ ben lungi dall’aver fatto luce. Il quadro Mnemosine di Valerio Adami che sigla l’intero blog fa esplicito riferimento ad essi. Nello scritto del 1983 citavo con rilievo due “canzoni” di Guccini: Bologna e Bisanzio. Anche se qualcuno storcera’ il naso, le cito di nuovo: la mia impressione e’ che i fianchi della vecchia signora - nonostante la pandemia in corso - siano diventati ancora un po’ piu’ molli e, quanto a me, ormai avanzati nel XXI secolo e alla soglia degli 80 anni, in Filemazo ancora mi riconosco e lascio agli altri le certezze che la storia ha smentito e ancora smentira’, cerco ancora con ansia e pieno di dubbi nel passato e nel presente una difficile aletheia, cerco di intravedere le linee del futuro e, restio ad ogni visione apocalittica, cerco di capire se per caso il grande Newton (costretto a nascondere il suo antitrinitarismo e arianesimo) non fosse buon profeta a ipotizzare la fine del mondo intorno al 2060. Peccato (o fortuna?) che non ci saro’ a vedere se era nel giusto. E sento ancora, come nel 1983, la contemporaneita’ di ogni storia e che non possa essere semplice erudizione e, tanto meno, “erudizione locale”. Penso che, se vogliamo che la previsione di Newton non si avveri, sia urgente che ogni popolo, ogni religione, ogni partito, ogni gruppo, ogni individuo proceda a fare una profonda e spregiudicata analisi del proprio passato, a rinunciare ad ogni pretesa di primato e di suprematismo, a riconoscere apertamente i propri errori come viceversa quanto gli altri popoli e le altre religioni e ideologie abbiano contribuito al comune “progresso”. Senza di questo, se insisteremo solo sulle foibe e le colpe degli altri senza riconoscere le nostre invasioni e stragi, i nostri campi di concentramento e sterminio, non ci sara’ alcun incontro, alcun possibile perdono, alcuna riconciliazione. Non ci sara’ futuro. Per me Montovolo e la leggenda di S. Acazio erano e sono tutto questo. Aletheia kai eleutheria. 

La Vigna, 15 settembre 2020 
 Alfeo Giacomelli


Salerno, Museo Diocesano, frammento di Exultet, probabilmente stata realizzata nello scriptorium salernitano nel terzo decennio del XIII secolo. Il potere Temporale; Federico II legislatore.

Le partecipanze emiliane, tra mito, evoluzione storica e produttività agraria



Chi abbia familiarità con la letteratura sulle partecipanze e le comunità partecipanti sa che, non infrequentemente, essa è nata da studiosi locali che con le partecipanze avevano un profondo, originario legame: penso, ad esempio, al Forni, al Simoni, al Diozzi. Si tratta di studiosi che muovono dalla erudizone locale, con un'ottima conoscenza dei locali archivi anche perché talora essi stessi archivisti comunali, ma spesso senza più ampi elementi di raffronto e però, nel loro rigore, non di rado anticipatori di ricerche e di interessi di studio non comuni in passato alla storia accademica, valorizzati invece più recentemente dalla microstoria, dalla storia demografica e dela famiglia, del territorio e dell'ambiente, delle strutture agrarie, della cultura materiale, delle istituzioni, ecc. C'è inoltre oggi ad orientare verso il recupero di questa storiografia il crescente interesse per la storia dei rapporti tra i centri del potere politico e le periferie e le comunità, per tutto il complesso articolarsi in ceti delle società urbane e delle società rurali e sui pro-cessi di reciproca interazione ed integrazione, sulla formazione delle borghesie intellettuali, spesso di origine comitatina, sui processi di inurbamento e sulle ascese sociali, sulle gentry rurali (o meglio delle città e delle terre comitatine) di cui credo si venga scoprendo l'incisività proprio per l'Italia, caratterizzata appunto dalla molteplicità delle città e delle piccole patrie. C'è però anche tutta una letteratura giuridica che, dopo l'ottocentesco dibattito tra il Cassani ed il Breventani sulle decime centesi, ha spesso lasciato cadere la componente più propriamente storica e che perciò, insieme ad un certo numero di meriti teorici, presenta anche non pochi limiti. Presa dai dibattiti legislativi postunitari e novecenteschi e spesso dalla preoccupazione concreta di salvare l'istituto, tale letteratura giuridica ha teso a dare un quadro unitario dell'istituto delle partecipanze, riconducendolo ad originarie concessioni enfiteutiche nonantolano-vescovili, all'obbligo della coltivazione ad meliorandum, all'incolato ed alle divisioni periodiche, al processo di chiusura e di separazione dagli istituti comunali coi quali pure, in varia misura, aveva continuato a convivere ambiguamente. Ma questa visione unificante (penso ad esempio al Frassoldati) nasceva non tanto dalla concreta evoluzione delle partecipanze storiche, originarie, quanto dall'effettivo processo di tendenziale unificazione giuridica che era proceduto a partire dalla loro ricostituzione negli anni della Restaurazione e, ancor più, con la legislazione del card. Macchi del 1840 e poi attraverso gli stessi dibattiti parlamentari postunitari e novecenteschi. Non a caso ad essere soppresse finirono per essere le partecipanze di Medicina e di Budrio che nella loro evoluzione meno si adattavano allo schema della partecipanza dominio collettivo-piccola impresa coltivatrice. Sulla base di questa letteratura, come nella tradizione po-polare tanto per le partecipanze che per le comunanze montane è sopravissuto il mito della buona contessa Matilde, che per altro potrebbe avere talora anche qualche consistenza, credo che pochi studiosi siano sfuggiti ad un certo mito delle partecipanze come precoce capacità delle genti emiliane di organizzarsi in strutture collettive (starei per dire quasi cooperative e socialistiche) operanti al riscatto della terra dalle forze selvagge della natura e alla valorizzazione agricola, in strutture politiche associate (i comuni rurali) tendenzialmente egualitarie e progressivamente emarginanti i poteri feudali e signorili, consapevoli di sé e dei propri diritti fino al costituirsi delle famiglie antiche ed originarie in entità autonome dai comuni stessi. Ma regge veramente e interamente questa visione ottimistica ad un'analisi storica più approfondita? Invero già non pochi degli studiosi più legati alle realtà locali (come il Forni o il Diozzi) avevano insistito anche sulle differenze storiche, sul-la necessità di analisi concrete, articolate e parallele, sulla diversità degli esiti. Credo appunto che da questa più concreta analisi si debba partire per comprendere questa diversità, procedendo non solo ad una analisi comparata delle diverse partecipanze (e invero anche delle comunanze montane) ma anche allargando l'indagine alle più complesse realtà geografiche, ambientali, pedologiche e agrarie, politiche, sociali ed economiche, culturali in cui le partecipanze si sono inserite e con cui hanno interagito. (....)

Giuseppe Marconi tra privato e pubblico




Agente minghettiano nel regno di Napoli e a Roma nella prospettiva dell'unità d'Italia e della spedizione dei Mille? Considerazioni di metodo e ipotesi di lavoro Nel 2009 ricorrerà il centenario della concessione del premio Nobel a Guglielmo Marconi. 

Spero che sarà l'occasione per la pubblicazione di un consistente lavoro compiuto col compianto amico Giorgio Bertocchi sulla famiglia Marconi e sulle premesse di lungo e medio periodo che fecero del-l'invenzione della telegrafia senza fili, a Bologna e a Pontecchio, nella valle del Reno, in quello specifico momento, un evento non occasionale, ma in qualche modo "necessario", frutto della genialità individuale ma anche di una specifica e qualificata famiglia, di un preciso contesto ambientale e storico - culturale. Questo scritto in qualche modo vuole essere una anticipazione delle problematiche e dei metodi che nello studio sono affrontati. Lo scritto mi è stato sollecitato dall'amico Luciano Bondioli che sperava di trovare qualche aggancio locale alle celebrazioni garibaldine, nel bicentenario della nascita dell'eroe, ma non ha carattere contingente: era già il risultato del precedente lavoro marconiano. Nel contesto di una ricerca e di una documentazione di frequente matrice diversa, ma sempre convergente e soddisfacente per entrambi, la documentazione e le riflessioni qui prodotte mi sono interamente dovute.

Una foto d'epoca che ritrae, presso Villa Griffone, a Pontecchio, Giuseppe Marconi e la moglie Annette Jamenson con i due figli: Guglielmo e, in piedi, Alfonso (proprietà Fonfazione G. Marconi)

Per una storia del territorio e delle strutture del comune di S. Lazzaro nell'età moderna (secoli XV - XVIII)



APPENDICE: Mappe delle proprietà e delle vocazioni agrarie delle dieci comunità del territorio sanlazzarese alla fine del Settecento desunte dal catasto Boncompagni.




Il comune attuale di S.Lazzaro è costruzione rivoluzionario-napoleonica mantenuta dalla Restaurazione e consolidata dall'unità d'Italia. Per una storia di questo territorio nell'età moderna molti elementi debbono essere radicalmente ripensati, a partire appunto dall'idea di comunità che di norma si origina intorno alla parrocchia e con essa mantiene una sostanziale simbiosi, anche se progressivamente indebolita dal processo di specializzazione delle strutture ecclesiastiche e civili centrali, dal loro tendenziale processo di separazione nel momento gerarchico e governativo. Le comunità che finiscono per consolidarsi in età moderna nel territorio corrispondente all'attuale comune di S.Lazzaro sono nove (Miserazzano, Croara, Farneto, Pizzocalvo, Castel de' Britti S.Biagio e Castel de' Britti S.Cristoforo - in origine una sola - e, in territorio interamente pianeggiante, S.Lazzaro, Caselle, Russo); significativamente esse fanno capo a quattro distinti plebanati moderni, che, per molti versi, costituiscono la realtà strutturale più arcaica e di fatto il sustrato più fortemente condizionante anche quando altre diverse realtà di aggregazione politico-civile poi si enucleano, come i vicariati. Fondamentalmente infatti, oltre che sulla parrocchia, è sulle rispettive pievi che continuano a gravitare le società delle diverse comunità-parrocchie, tanto più in un' area come questa dove, per la prossimità della città ed il condizionamento della sua economia-società, le comunità rurali hanno avuto difficoltà ad esprimere una realtà politico-amministrativa autonoma quale per contro è dato riscontrare in aree più periferiche e specie confinarie, intorno alle maggiori comunità a sviluppo di borghi rurali, partecipanti, oppure intorno alle grandi comunità montane, dotate le une e le altre di consistenti beni comunali che invece mancano a quelle qui considerate.. Le comunità dell'attuale comune di San Lazzaro appartengono anzi a due strutture ecclesiastico-territoriali nettamente diverse: una parte di esse, quella più prossima alla città rientra infatti nell'area ecclesiastica del suburbio, in qualche modo gravitante, soprattutto nell'età più arcaica, sulla stessa cattedrale, e, dal punto di vista giuridico-amministrativo, nel territorio della guardia, direttamente amministrato e giudicato dalla città e non dalle magistrature comitatine. Nella ristrutturazione viscontea del 1352, anzi, tutto il territorio dell' attuale comune fa parte della guardia e solo a partire dalla ristrutturazione repubblicana dei vicariati del 1376 (coll' istituzione dei vicariati di Croara e di Varignana) viene a far parte della più generale amministrazione comitatina. Il vicariato della Croara comprende allora, oltre questa comunità, Farneto, Vezola, S.Ruffillo, Rastignano, Otto, Montecalvo, Iola, Ciagnano, Castel de' Britti, Russo, Roncomarone, Sesto, Musiano, Miserazzano, Riosto, Gorgognano, e poi anche Pizzocalvo, Casola Canina e Zena, prima soggette al vicariato di Varignana. Nel 1388 gli si aggiunse anche Monte Calderaro mentre Castel de' Britti passava sotto Varignana, con una tendenza centrifuga, rispetto alla più compatta area suburbana dell'attuale comune di S.Lazzaro, che ci sarà dato più volte di rintracciare. Ma presto il vicariato della Croara fu soppresso e inglobato nella giurisdizione suburbana (1395), eccetto Monte Calderaro che divenne vicariato a sé. Castel de' Britti in particolare oscillò tra vicariato della Croara, vicariato di Varignana e giurisdizione suburbana, ma nel giugno del 1400 risulta già eretto a sua volta in vicariato autonomo e se ne conservano gli atti a partire dal vicario Paolo Azzoguidi nel 1403-4 e frammenti nel 1407, 1411 e 1426 4. Nel 1450 gli uomini di Casalecchio de' Conti vennero assoggettati al vicariato di Castel S.Pietro e quello di Castel de' Britti ebbe sotto di sé gli uomini di Ciagnano 5 e nel 1453-4, nella consolidata autonomia bentivolesca, i vicariati di Castel de' Britti e di Ozzano vennero fissati definitivamente, destinati poi a decadere gradatamente e a cessare le loro funzioni effettive intorno alla metà del '500, pur persistendo fino alla rivoluzione francese, sia pur privati di ogni effettiva funzione, come semplici uffici utili, piccole rendite sine cura per nobili, notai e borghesi cittadini. Ad accentuare la decadenza del vicariato di Castel de' Britti sarebbe stata - come vedremo - la frana che avrebbe investito il castello nella seconda metà del '500 e che avrebbe favorito lo smembramento della stessa comunità originaria con la creazione della nuova comunità di Castel de' Britti S.Cristofaro. Dal punto di vista ecclesiastico, dopo le ristrutturazioni postridentine, due di queste comunità, la Croara e Miserazzano, gravitano sulla pieve suburbana o visita di S. Ruffillo (che comprende anche S.Silverio Chiesanuova sussidiale di S.Giuliano Iola, Rastignano, Montecalvo) ma la parrocchia di Miserazzano finirà per decadere e per essere inglobata in quella della Croara, con una tendenza alla fusione che interesserà anche le due comunità civili. (.....)

Economia e riforme a Bologna nell'età di Benedetto XIV



Il lunghissimo conclave da cui uscì Benedetto XIV è indicativo delle difficoltà in cui si dibatteva il pontificato. Si è spiegata questa lunghezza coi condizionamenti esteri nell'imminenza della ripresa bellica per la successione austriaca ma l'accordo non poteva essere raggiunto che su un papa neutrale e quasi di necessità, per la posizione dello stato pontificio, moderatamente filoborbonico. Lo scontro sui problemi interni, su due visioni dello stato e della chiesa, fu di gran lunga più rilevante e si concretò nella diretta contrapposizione di due uomini simbolo: il Ruffo, espressione degli Albani e degli zelanti, del primato romano e dell'accentramento curiale, della difesa dell'immunità ecclesiastica; il bolognese Aldovrandi, uomo tutto politico ed anche economista e speculatore, che usciva dalla famiglia che, coll'ambasciatore Magnani, agli Albani, alla curia ed al Ruffo si era più direttamente opposta nella difesa delle autonomie provinciali, pronto ai compromessi concordatari con le potenze e la società laica ed eterodossa . A testimoniare la centralità dei problemi interni si sa anche che Benedetto XIV lesse in conclave l'opera di Lione Pascoli ma un testo in particolare illumina questa situazione, il Discorso dell'ambasciatore dello stato pontificio al conclave, illustrato dal Dal Pane che, ignorandone l'autore, lo assegnò ad un generico «popolo romano», non accolto come contemporaneo a nostro avviso per una sottovalutazione del livello del dibattito e dello scontro raggiunto nello stato pontificio nel primo quarantennio del secolo — da Venturi. Numerose copie manoscritte reperite in Bologna (di cui alcune provenienti dall'ambasciata bolognese e dallo stesso Benedetto XIV) ne fanno autore il camerinese mons. Conti — dato già noto al Moroni — probabilmente fin da questi anni in stretto contatto con l'ambasciata bolognese (......).

Pierre Subleyras, Papa Benedetto XIV (1741);Reggia di Versailles. Tratto da Wikipedia

La chiesa di Bologna e l'Europa durante l'arcivescovado del Cardinal Vincenzo Malvezzi



Se si eccettuano alcuni panegirici in occasione della morte, fatti da personalità religiose di tutto rilievo e assai laudativi, non si può certo dire che la letteratura sull' arcivescovado del card. Vincenzo Malvezzi sia numerosa e di rilievo' e ciò in particolare contrasto con la letteratura sul suo predecessore Prospero Lambertini-Benedetto XIV che è abbondante e generalmente encomiastica, anche se spesso molto aneddotica e poco incisiva dei problemi religiosi e politico-economici o socio-culturali che coinvolsero la società e la chiesa bolognesi del periodo'-. In effetti forse proprio questa abbondanza di letteratura acritica per il Lambertini ha finito per schiacciare la possibilità di una corretta lettura dell' arcivescovado del Malvezzi, impedendo di cogliere quali profonde linee di continuità legassero le due personalità e le due epoche, naturalmente anche con non irrilevanti differenze di sensibilità e di stile personale e fratture di clima e di situazioni. In particolare poi ha gravato sulla possibilità di una corretta lettura del Malvezzi e della sua epoca il fatto che egli fosse stato il protagonista della soppressione dei gesuiti, per questo amato ed esaltato da una vasta parte del mondo contemporaneo quanto altrettanto odiato da un'altra. Gli elementi di odio e di rimozione già prevalevano con l'avvento di Pio VI Braschi che portava all'immediata disgrazia del Malvezzi e, naturalmente, si intensificarono ancor più dopo la rivoluzione francese e con la Restaurazione. E del resto una sorte, questa, che il Malvezzi condivide con altre grandi personalità bolognesi del periodo, primo fra tutti il marchese Carlo Grassi, che, a nostro avviso, va annoverato tra i maggiori riformatori italiani del Settecento', di cui in parte condivise gli obiettivi ma con cui talora si scontrò duramente. Al più anche in opere recenti si è in qualche modo cercato di salvare la personalità dell'individuo e del religioso ma si è eluso il problema di una valutazione più critica e globale della sua personalità e della sua epoca e delle condizioni più generali della chiesa e della società bolognesi. (....).

Vincenzo Malvezzi, dalla Biblioteca Digitale del Comune di Bologna


Comunità e Parrocchia nell'area Appenninica in Età Moderna



Parlare in breve delle forme tradizionali di aggregazione popolare nella montagna-collina emiliano-romagnola (anche a limitare il discorso a pochi elementi come la comunità e la parrocchia) non è semplice perché, se esistono elementi strutturali uniformanti la cultura appenninica (l'ambiente, una certa unità di cultura materiale e spirituale, l'alimentazione, ecc.), esistono anche tra le diverse aree differenze profonde. Nel piacentino e nel parmense il peso della grande feudalità è rilevante e quasi non conosce fratture dall'età medioevale alla rivoluzione: i castelli conservano anche in età moderna gran parte della loro importanza strategica e sono spesso al centro di veri piccoli stati consolidati dalla tradizione ghibellina e dalla rilevanza dei feudi imperiali liguri a cui li collegano le strade che dalla Lombardia e dalla Padania scendono verso Genova e Sarzana. Nel ducato estense la feudalità montana resta rilevante anche se nei suoi aspetti minori può dar origine a qualche macchietta della commedia dell'arte, come il conte di Culagna poi, per fuggire il ridicolo, ribattezzato d'Acquaviva. In età moderna anzi, per le esigenze politiche e finanziarie degli Este, la feudalità tende nuovamente ad espandersi rispetto alle libertà conquistate dalle comunità nella tarda età medioevale e nella prima età moderna, nonostante non manchino episodi di accanita resistenza popolare. Però, con poche eccezioni come i Montecuccoli, si tratta per lo più di una feudalità frazionata che non sembra più in grado di incidere realmente, mentre al contrario il Frignano con la sua ampiezza e dilatazione vanta una tradizione di autonomia da Modena che ha potuto fondarsi sullo spessore delle persistenze etniche liguri come sull'autonomia dell'abbazia di Nonantola dalla diocesi modenese, sulle periodiche penetrazioni ed occupazioni bolognesi come, infine, sulla stessa espansione estense oltre lo spartiacque, nella Garfagnana. (......)

Per un'indagine dei caratteri originali della pianura bolognese del XVIII Secolo: il Catasto Boncompagni




Il Bolognese, tra il Sillaro e il Panaro, è diviso dalla via Emilia ad est e dalla via Bazzanese ad ovest, che separano nettamente il territorio della collina-montagna da quello della pianura. La città è posta al centro di questo territorio e da essa si dipartono a raggera anche le altre strade secondarie: di cresta (solo parzialmente e più recentemente di fondovalle) verso i valichi e le città toscane; verso Ravenna nella pianura (l'antica via Salara) e su tre direttrici verso il Primaro e il Ferrarese; verso S. Giovanni e Crevalcore con un rettifilo costruito di getto nel 1250 dal comune popolare memore delle antiche realizzazioni romane.
Già questo assetto mostra come il Bolognese sia stato un territorio unitario e la città vi abbia precocemente giocato un ruolo accentratore, a differenza di altre minori città emiliane. Il confronto col Modenese in particolare è pregnante. Il Bolognese storico si spinge lungo la via Emilia con un deciso saliente fino al Panaro, a oltre 20 km dalla città e ad appena 5 km dalla città rivale. Il Modenese inoltre risulta frazionato nel non vasto distretto di Modena, nella diocesi e nelle estese terre enfiteutiche di Nonantola, nel distretto-diocesi di Carpi, nel principato di Mirandola, nel vasto Frignano, nei numerosi e consistenti feudi. Feudi, città alternative di discreta ampiezza, abbazie, confederazioni montane costituiscono altrettanti poli alternativi alla città dominante, spesso anche come mercati. Nel Bolognese invece i diversi centri sorti a raggera ad una ventina di km dalla città (Bazzano, Castelfranco, S. Giovanni in Persiceto, S. Agata, Crevalcore, S. Pietro in Casale, Budrio, Medicina, Caste! S. Pietro) sono stati presto soffocati nelle loro aspirazioni all'autonomia, nelle speranze di crescita artigiana e mercantile e non sono andati oltre la dimensione di piccoli-medi borghi, organizzanti assai ristrette aree in gran parte controllate dalla proprietà cittadina. I feudi sono in tutto tre o quattro, di non grande ampiezza. Diocesi e territorio in gran parte coincidono e molte delle terre di originaria enfiteusi nonantolana sono state riscattate.
Strutture ambientali ed eventi storico-culturali si sono sorretti vicendevolmente a determinare questo assetto. Il carattere della Bologna moderna era già in gran parte delineato in età etrusco-romana, quando la città presentava una oligarchia agraria e consistenti ceti artigianali e mediava nei commerci tra Adriatico e Tirreno, tra Italia centrale e Padania (.....)

 
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