La reazione delle popolazioni e dei Ranuzzi all'invasione di Porretta e l'isolamento dei guelfi. L'assedio ghibellino e la strage della pieve di Lizzano - (Parte IV.5)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

La reazione delle popolazioni e dei Ranuzzi all'invasione di Porretta e l'isolamento dei guelfi. L'assedio ghibellino e la strage della pieve di Lizzano - (Parte IV.5)

Abbiamo visto che anche nel Belvedere le violenze mafiose dei Tanari e dei Menzani incominciavano ad incontrare crescenti resistenze nella popolazione, anche se è ovvio che a determinarle non era solo la volontà autonomistica delle principali famiglie locali ma anche l'opera di sobillamento del partito ghibellino e dei Pepoli, ancora intenzionati a soppiantare i Tanari nel controllo dei beni belvederiani e con ciò a saldare il loro controllo territoriale del Bolognese in un continuum dal feudo imperiale di Castiglione dei Pepoli ai capisaldi della valle del Reno, dalle vastissime tenute confinarie della Palata e della Galeazza, pretese giurisdizionalmente autonome, alla tenuta di Durazzo, pure pretesa non soggetta al senato e alla legazione, ai beni di Villa Fontana ed ai beni romagnoli fino a saldarsi con il feudo dell'alleato Ciro Alidosi di Castel del Rio, per non parlare delle vaste tenute sul Modenese e dell'appoggio costantemente prestato loro da Alfonso d'Este, preoccupato per le mire espansionistiche del pontificato su Ferrara. Ma, oltre ai Pepoli, a determinare una svolta contraria ai Tanari ed ai Menzani sarebbe stata nell'alto Reno anche la reazione dei Ranuzzi alla seconda e più grave invasione del Bagno della Porretta, avvenuta il 21 gennaio 1584 in pieno carnevale ad opera di una banda di una ottantina di uomini, apparentemente diretta dai Menzani ma, senza alcuna possibilità di dubbio guidata dallo stesso don Gherardo Tanari e dal conte Alfonso Montecuccoli. A quella invasione avevano partecipato non pochi esponenti dei Tanari belvederiani e loro collegati ma avevano quasi certamente partecipato anche elementi capugnanesi strettamente imparentati agli Zanini, come i Serni del Castellaro (il ramo dei Giacomelli più cospicuo nel contesto rurale per possessi, allevamenti, soccide e attività di prestito su censo o patto a francare), per non parlare della probabile partecipazione degli Zanini stessi, anche se il principale esponente laico del ramo capugnanese, Ottaviano, costituitosi spontaneamente nelle carceri del Torrone, aveva resistito alla tortura ed era infine stato rimesso in libertà. Dell'innocenza degli Zanini però i conti della Porretta dovevano essere assai poco convinti e comunque essi avevano tutto l'interesse a ridimensionare la potente famiglia che controllava l'importante pieve delle Capanne e la chiesa di S. Michele di Capugnano, chiesa parrocchiale del Bagno stesso, dato che la chiesa di S. Maria Maddalena era ancora semplice capellania, famiglia che anzi con ser Giulio e Desiderio Zanini dava anche i due segretari delle comunità di Granaglione e di Capugnano, alleate nel contrastare col senato cittadino le pretese giurisdizionali dei Ranuzzi circa il miglio circolare della contea, inteso dai feudatari nel senso del miglio di raggio, dalle comunità nel senso del miglio di circonferenza, ciò che riduceva l'area della contea praticamente al solo abitato. Fino ad allora, dato che la stragrande maggioranza della popolazione inurbatasi nel Bagno era costituita da famiglie capugnanesi (soprattutto), granaglionesi e di Castel di Casio gli stessi porrettani erano stati fondamentalmente solidali coi propri clans d'origine ma ora, dopo circa un secolo di sviluppo, venivano acquisendo una maggiore autonomia borghese e per di più i conti cercavano di attrarre alle loro tesi non poche delle principali famiglie della villa bassa compensandole assegnando loro ruoli di rilievo nella amministrazione della contea come il commissariato, la fattoria comitale, la cappellania. ....

Giuseppe Fancelli - San Mamante di Lizzano

I Fronzaroli di Rocca Corneta e la reazione ghibellina al predominio dei Menzani e dei Tanari - (Parte IV.4)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

I Fronzaroli di Rocca Corneta e la reazione ghibellina al predominio dei Menzani e dei Tanari (Parte IV.4)

Abbiamo visto in un post precedente che le violenze mafiose dei Tanari e dei Menzani nel Belvedere cominciavano nel 1584 ad incontrare qualche resistenza nella popolazione e specificamente in alcuni gruppi famigliari più organizzati, come i Bernardini. L'episodio di più decisa resistenza si ebbe tuttavia a Rocca Corneta nell'aprile del 1584 ad opera dei Franzaroli, famiglia del rettore don Bino, dopo che una loro donna sposata in un Giovanardi era stata assassinata. Questo episodio dell'assassinio, così come appare nel processo, sembra rientrare nelle usuali angherie e violenze banditesche, caratterizzarsi quasi come incidente non intenzionale se mai con qualche risvolto di tipo passionale per la tensione preesistente tra il capobandito Aloigi Menzani e il giovane contadino cornetano Giorgio Giovanardi per le grazie di Caterina Taglioli dei Prati della Villa, episodio che sembra richiamare l'avvio dei Promessi Sposi manzoniani nelle mire del signorotto don Rodrigo verso la Lucia Mondella amata dal buon Renzo Tramaglino. Ma, in realtà, le cose, ancora una volta, sembrano a noi assai più complesse. Non dobbiamo dimenticare infatti che le testimonianze raccolte, relative a questo episodio, sono pressoché esclusivamente quelle della parte lesa e che i banditi non ebbero alcuna possibilità di far sentire la loro voce, di dare la loro versione dei fatti, mentre i giudici inquisitori del '500 (del '500?) mostrano in tutti questi processi una singolarissima incapacità di stabilire collegamenti tra un processo e l'altro, di operare una qualsiasi sintesi dei diversi episodi criminali in un quadro socio-politico significante. In realtà sembra a noi che anche questo scontro s'inquadri molto bene nella violenta lotta in atto ormai in tutta la montagna tra la fazione ghibellina dei Pepoli e di Gregorio della Villa e quella guelfa dei Tanari-Menzani e dei Malvezzi, lotta culminata il 13 marzo, appena un mese prima dell'episodio, nella vera e propria battaglia dei prati di Caprara, Pian di Venola e Sibano con la sconfitta dei birri e delle nuove truppe corse di repressione da parte delle bande pepolesche concentrate e poi nel Belvedere nell'attacco del conte Aloigi Pepoli alla pieve di Lizzano per rivendicare l'affitto dei beni comunali con l'umiliazione di don Gherardo Tanara, attacco che, a sua volta, sollecita più o meno in questo stesso periodo la controffensiva dei Menzani (ma in realtà dei Tanara e dei Montecuccoli) con l'invasione del Bagno della Poretta e l'uccisione dello stesso fratello di Gregario della Villa, Francescone "il Bave". Il Belvedere, e in minor misura Capugnano e le Capanne grazie all'alleanza degli Zanini con don Gherardo Tanara e suo padre ser Bella, erano in mano dei Menzani che non mancavano di compiere angherie ed estorsioni mafiose ma, viceversa, Rocca Corneta era tendenzialmente filoghibellina o, quanto meno, lo era nettamente il suo parroco, don Bino Fronzaroli e la sua famiglia. Di questa tensione esistente tra il pievano e don Bino una precisa traccia si aveva anche nelle denunce di natura "religiosa" che il primo aveva rivolto al secondo in occasione delle visite pastorali e negli accenni alla presenza di banditi nel santuario della Madonna dell'Acero, di giurisdizione cornetana. ...

Tommaso Minnetti - Rocca Corneta

Microcriminalità e violenze mafiose nel Belvedere del '500 - (Parte IV.3)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Microcriminalità e violenze mafiose nel Belvedere del '500 - (Parte IV.3)

Prima di riprendere la narrazione organica delle principali vicende banditesche relative al territorio di Belvedere e di Rocca Corneta, coinvolgenti anzitutto i Tanari per la fazione guelfa e i Fronzaroli per la fazione ghibellina, famiglie rispettivamente del pievano di Lizzano don Gherardo di Bella Tanari e del parroco di Rocca Corneta don Bino Fronzaroli, faccio una pausa di ulteriore documentazione della microcriminalità quotidiana nel Belvedere ed insieme di prima esposizione del clima mafioso che vi si era venuto instaurando in rapporto alla lotta per bande ed alla prevalenza dei Tanari nella chiesa e nella gestione dei beni comunali. I primi quattro episodi trattati sembrano riguardare piccole liti quotidiane, senza sostanziali conseguenze tanto che, dopo le prime procedure inquisitorie, vengono lasciati cadere dal tribunale criminale, contemporaneamente impegnato con le sue poche forze ed i suoi modesti apparati polizieschi in ben altre e ben diversamente sanguinose vicende. Anche in questo caso però il condizionale è d'obbligo. Nel primo episodio, che sembrerebbe riguardare soltanto una modesta lite tra ragazze (lite di cui non si coglie neppure il movente) l'elemento interessante è dato dalla presenza dei due Pistorini, padre e figlia, dei quali per il momento non abbiamo attestata alcuna diretta partecipazione alle lotte banditesche ma solo una prossimità politica ai Tanari che dà adito a qualche sospetto. Il notaio Marco Pistorini, originario di Bombiana e di una famiglia che avrà nei secoli seguenti notevole fortuna anche nel contesto cittadino, è infatti divenuto maestro di Lizzano e abita nei molini dei Tanari. Nell'episodio che esamineremo nei prossimi numeri dell'attacco-massacro alla pieve di Lizzano, figurerà tra coloro (non pochi dei quali effettivamente banditi) che vi si erano rifugiati all'approssimarsi delle bande ghibelline di Gregorio della Villa e delle popolazioni insorte. Anche in questo episodio del resto, pur nella sua elementarietà ed apparente irrilevanza, non mancano elementi che mettono in sospetto. La denuncia del massaro sembra ampiamente reticente (non cerca neanche di informarsi e di informare sulla causa della lite, minimizza la percossa, l'unico eventuale teste risulta irreperibile) e tuttavia ser Marco Pistorini vi figura non estraneo ad atteggiamenti violenti. L'elemento interessante del secondo episodio, circa il preteso furto di capre, è la radicale divergenza delle due versioni fornite dalle parti: furto secondo il denunciante, consegna in pagamento dopo sentenza civile del tribunale del Capitano della Montagna. secondo l'accusato. A occhio e croce la versione più attendibile sembra proprio quella dell'accusato, «Pennaione» Gasparini, ed è vicenda che, come molte altre contemporanee, rivela la stretta compenetrazione realizzatasi intorno alla transumanza dei pastori tra la società dell'Alto Reno e la società maremmana. Molte faide avviatesi nelle nostre zone trovano la loro naturale e violenta conclusione nelle Maremme e viceversa e così furti, contratti, ecc. Le popolazioni si muovevano frequentemente e senza difficoltà da uno stato all'altro ed il fatto che tra le polizie di due stati non vi fosse alcuna collaborazione faceva delle Maremme la frequente terra di rifugio per molti banditi capitali dello Stato pontificio e viceversa. .....

Giorgio Filippi, l'ultimo pastore - La Musola

Monte Acuto delle Alpi 1580-85: le guerre dei poveri - (Parte IV.2)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Monte Acuto 1580-85: le guerre dei poveri.

Le vicende di Monte Acuto, ossia le faide dei Guccini e degli Amadori e dei Biagi, complicate dalla partecipazione di altri personaggi e clan, come gli Zanelli e i Balduccelli, sembrano caratterizzarsi interamente come una assurda guerra tra poveri, quasi priva di ogni motivazione che non sia quella di una serie di vendette ricollegabili ad un delitto ormai lontano, risalente ad oltre un ventennio prima. Sembrano dunque vicende avulse dalle più generali lotte politico-sociali tra guelfi e ghibellini che si combattono nel contado bolognese intorno al 1580-85 con le quali per altro finiranno per trovare qualche aggancio. Tuttavia il condizionale è d'obbligo anche perché dai registri del foro criminale esaminati non pochi punti restano ancora oscuri. L'evento lontano è costituito dall'uccisione nel 1563 di Tognarello Guccini da parte di Biagio Biagi. Ne ignoriamo la causa. È possibile che, come spesso avveniva, si trattasse di un omicidio occasionale, nato quasi dal nulla, però occorrerà ricordare che proprio in quegli anni a Monte Acuto era in atto un duplice scontro. Anzitutto tra gli «autonomisti» monteacutani e il comune di Belvedere si contendeva sullo sfruttamento esclusivo o largo dei boschi e dei pascoli della «villa». Per i boschi monteacutani vi era pure scontro tra due potenti gruppi nobiliari cittadini, contrapposti nelle pretese di affitto e di sfruttamento, ed ognuno di essi contava su specifici gruppi locali di fautori e clienti-dipendenti. Non è dunque improbabile che l'uccisione di Tognarello Guccini si inserisse in tale contesto e bisognerà ricordare anche le tensioni connesse al rapido ripopolamento di Monte Acuto e del suo territorio, quasi totalmente privo di terreni coltivabili, dopo la decadenza tre-quattrocentesca. I Guccini erano forse l'unica famiglia rimasta in tale periodo di crisi, originaria; le altre venivano dall'esterno prossimo (i Biagi da Vidiciatico e si insediarono oltre che nel borgo anche a Fiumineda e sono famiglia diversa dai Biagi del Sasso e di Lizzano; gli Amadori venivano da Grecchia e si insediarono a Pianaccio; i Pugnani venivano da Capugnano; i Pozzi dalla Pozza; gli Antoni da Tresana e prima da Capugnano-Granaglione, ecc.) o anche da assai lontano, compreso dal Milanese. Poco dopo l'uccisione per altro il 25 luglio 1563 le due famiglie stipulavano la pace, probabilmente anche in considerazione della giovane età dei figli dell'ucciso, e riguardò i due clans larghi, compresi agnati, cognati, seguaci. Sembra che la pace del 1563 ponesse fine alle faide tra le due famiglie per oltre un ventennio, ma non ne siamo interamente certi né, allo stato attuale, sappiamo esattamente le ragioni che determinarono la loro ripresa. Di certo le tensioni tra Biagi e Guccini erano nuovamente acute nel 1582 come risulta da un episodio di cui non c'è traccia negli archivi criminali bolognesi ma solo in quelli della contea porrettana. Il mercato della Porretta infatti, per la confluenza settimanale di genti da tutta la montagna, era e restò a lungo il luogo privilegiato per il regolamento dei conti e le faide. .....

Rugletto dei Belvederiani - Monte Acuto delle Alpi

Momenti del banditismo nel Belvedere. Don Gherardo di Bella Tanari - (Parte IV.1)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Momenti del banditismo nel Belvedere. Don Gherardo di Bella Tanari - (Parte IV.1)

Affermare che quelle criminali sono tra le fonti storiche più affascinanti può sembrare cinico se solo si considera «di che lacrime grondino e di che sangue». Arresti e lunghe detenzioni; torture drammatiche su semplici indizi; condanne alla forca, al rogo, all'attanagliamento, allo squartamento, o, anche in molti casi meno truculenti, a tre tratti di corda (ossia alla disarticolazione delle braccia, che poteva rendere inabili per tutta la vita); alla galera, ossia a remare a vita in condizioni disumane, sono eventi di «ordinaria giustizia» per il passato. La giustizia umana ha spesso compensato la sua impotenza (e la sua tendenza al compromesso verso i potenti) con una violenza inaudita verso gli umili e i deboli, contando di «dare un esempio», di creare un deterrente al crimine, mentre, con la sua truculenza sanguinaria spesso contribuiva solo a creare assuefazione ad esso. Senza contare che — lo ricordavano già Verri, Beccaria, Manzoni — le sue violenze e le sue torture potevano essere meglio sopportate dal criminale robusto e incallito che dall'innocente debole e sensibile, sicché la verità spesso restava lontana dalle aule di tribunale e dalle camere di tortura. Certo, tra molti casi di delinquenza minore, tra tanti episodi anche divertenti, non mancano delitti di efferata violenza e, soprattutto, colpisce in molti periodi del passato la violenza quotidiana, endemica, per cause che a noi oggi possono apparire affatto irrilevanti, quali semplici sospetti d'onore, una lite di gioco, una «mentita» nata all'improvviso, quasi dal nulla. La vita di un uomo costava poco nel '500 e spesso infatti non era difficile assoldare un sicario per pochi soldi. Ma c'erano anche conflitti d'interesse, faide familiari, banditismo sistematico. Tra violenza repressiva e rinuncia, la giustizia si barcamenava impotente, spesso anzi doveva appoggiarsi alle grandi famiglie e alle bande vicine al potere politico per contenere le contrapposte bande che, per contro, ostentavano un orientamento «eversivo», contribuendo però, per questa via, a spingere la gente a farsi giustizia da sè o a cercare da sè un compromesso, una pace privata, regolarmente e solennemente stipulata, che finiva per emarginare ancor più l'autorità dello stato. Contribuiva a quest'ultima soluzione anche il concetto cristiano di perdono, di liberazione e pacificazione spirituale; ma, di fatto queste paci erano spesso del tutto provvisorie, facilmente travolte dal riemergere di rancori radicati, dal timore stesso che a prendere l'iniziativa di nuove offese fosse la controparte. Così alla violenza si aggiungeva la violenza e la giustizia s'imbarbariva ogni giorno di più. I casi belvederiani che stiamo per illustrare riguardano fortunatamente una criminalità minore, connessa alle piccole controversie rurali e ai danni campestri e anche il solo caso che avrebbe potuto dar luogo a una conclusione tragica, almeno per allora, ebbe un esito «felice». La modestia degli episodi dà luogo a delle istruttorie sommarie, con poche testimonianze, ossia per lo storico, si tratta di sei episodi meno «belli» di altri più truculenti e drammatici, perché meno ricchi di testimonianze e di dati sulla vita quotidiana dci protagonisti e dei testi. Tuttavia si tratta di casi estremamente indicativi della vita belvederiana del secondo '500, che permettono di integrare felicemente altre fonti come gli estimi, gli stati d'anime o i rogiti notarili che abbiamo esemplificato su precedenti numeri della musola. Da queste fonti diverse, in particolare, comincia ad emergere ben individuata la fisionomia di qualche personaggio, come Giuliano di Bosio Filippi o don Gherardo di Bella Tanari. ....

Lo stemma dei Tanari, da "La Musola"

L'acuirsi delle faide tra Mellini e Zanini e la ripetuta invasione dei Bagni della Porretta - (Parte III)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Il nuovo attacco dei Mellini ai castagneti della Pieve delle Capanne e l'invasione dei Bagni della Porretta da parte di Gregorio della Villa (ottobre 1583).

Il progressivo rafforzamento delle bande pepolesche nella valle del Reno nell'estate e nell'autunno del 1583 era percepibile da molti degli episodi che abbiamo citato nel primo paragrafo, dall'attacco di Luigi Pepoli a Gaggio, roccaforte dei Tanari, agli inizi di agosto, all'uccisione dell'oste Nannuzzi della Fontana del Sasso a metà dello stesso mese, dallo stesso crescente numero di condanne capitali che coinvolgeva membri della banda delle più diverse parti del contado, come la condanna capitale del 1° ottobre 1583 che accomunava Annibale Macchiavelli, membro di una famiglia potente nell'area di Monghidoro-Loiano, Grazzino da Scannello e Ermete da Roffeno. L'orizzonte politico-militare delle bande di Luigi Pepoli e di Gregorio della Villa diveniva sempre più ampio e la loro era in effetti ormai una vera e propria guerra per bande, capaci di disgiungersi in drappelli minuti e capillari ma, all'occorrenza, anche di concentrarsi in azioni più impegnative, in un più preciso disegno di controllo del territorio e, per conseguenza, di aggregazione ideologica e di interessi politico-economici. La compromissione nella lotta delle forze nobiliari era del resto ormai assai ampia: coi Pepoli, ad esempio, nella prima valle del Reno, almeno i Rossi ed i Vizzani e, nella media, i Volta. Tale progressivo rafforzamento era percepibile anche nelle faide e negli attentati che si moltiplicavano nelle diverse comunità. I Mellini, ad esempio, il 12 ottobre poterono operare un rientro in forze in Granaglione soprattutto, come nell'anno precedente, per rivendicare, nonostante i bandi, la loro persistente presenza nella comunità e per impedire agli Zanini il pacifico godimento delle rendite della pieve delle Capanne ed anzitutto la raccolta delle castagne che aveva acquisito ormai un valore largamente simbolico. Già nei giorni precedenti le loro donne, andando a raccogliere le castagne, erano andate ostentatamente anche sui castagneti della pieve e, incontrate le donne degli Zanini e le loro affini, avevano detto loro che si guardassero dal tornarvi, «che le volevano fare osellare se coglievano le castagne della pieve». La pieve e i suoi beni, causa prima del conflitto tra le due famiglie, avevano dunque acquisito il significato di una bandiera anche se ormai il conflitto stesso era ben diversamente generalizzato e senza esclusione di colpi. I Mellini banditi erano ancora così forti in Granaglione che ostentavano la capacità di impedire a don Pirro la percezione delle entrate della pieve che canonicamente deteneva. In effetti, come già nell'anno precedente, gli Zanini non avevano più avuto il coraggio di andare personalmente sui castagneti ma avevano cercato di effettuare la raccolta mediante i loro affini e collegati, i loro «bravi» che, significativamente, non erano granaglionesi ma elementi di origine esterna e in particolare capugnanesi. ......

I Bagni della Porretta nel 1637, A.S.B, Insigna degli Anziani

L'inasprimento delle lotte faziose e la battaglia di Vergato (25-27 ottobre 1582) - (Parte II)




Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Ampiezza e violenza del fenomeno banditesco agli inizi degli anni '80

Sul finire degli anni '70 e all'inizio degli anni '80 del '500 il fenomeno banditesco subì, in Bologna come altrove in Italia e in Europa, un drastico aggravamento. I delitti in città ed in contado si moltiplicarono, coinvolsero moltissimi esponenti delle famiglie nobili e gran parte delle famiglie contadine in migliaia di scontri particolari, di contingenti lotte d'interesse e di faide. Proprio per la miriade e la capillarità di questi conflitti i tempi sono decisamente prematuri per tentare una sintesi, anche perché, per quel poco che queste vicende sono state studiate in passato, ci si è solitamente affidati alla frammentarietà degli episodi quali apparivano dalle fonti criminali, senza cercare di coglierne le più profonde connessioni e cause. Bisognerà anzitutto considerare il periodo che, per l'Italia, è quasi il culmine di una prima rivoluzione protoindustriale e protocapitalistica ma è anche il momento in cui già nettamente si delinea l'inizio della crisi per la concorrenza estera in molti settori manifatturieri e per la crescente divaricazione tra l'aumento della popolazione e la disponibilità di risorse agricole, in aumento ma non allo stesso ritmo, per la messa a coltura .di terre progressivamente più marginali. Andranno poi considerate le ragioni connesse al definitivo consolidamento degli stati moderni: il processo di affermazione dei principi, delle loro corti, degli apparati amministrativi e burocratici da essi dipendenti o, per contro, le linee dell'estrema difesa delle libertà e dei privilegi provinciali e cittadini. Per lo Stato pontificio e Bologna in particolare c'è da considerare da un lato la rivendicazione teorica da parte del sovrano-pontefice di un potere assoluto derivante immediatamente da Dio, dall'altro la concreta debolezza di questo potere per l'elettività del sovrano; il suo carattere frequentemente senile; la fretta dei nipoti (ma talora ancora dei figli in senso più ristretto, come appunto per Gregorio XIII Boncompagni) di acquisire posizioni principesche nello stato e fuori di esso; la mancanza di una linea politica e di una continuità dinastica; la collaborazione ma anche le resistenze che il pontefice e il suo più ristretto entourage trovano nella curia e nelle grandi famiglie cardinalizie e principesche della capitale; il carattere ambiguo del collegio cardinalizio e della curia tutta, insieme corte rappresentativa e politico-amministrativa di uno stato specifico ma anche organo direttivo della Chiesa e quindi centro di verifica di innumerevoli equi-libri italiani ed europei, punto di irradiazione anche di molteplici spinte centrifughe, ad esempio attraverso i prelati ed i cardinali «nazionali». La debolezza dello Stato pontificio si regi-stra anzitutto proprio in rapporto a Bologna, la seconda città dello stato, la prima anzi per sviluppo economico-produttivo, ma, per molti versi, anche la più centrifuga, la più proiettata verso l'Europa, la più autonomista e tendenzialmente ancora repubblicana, la più legata a libertà e privilegi che lo stesso Gregorio XIII, uscito da essa, dal suo ceto oligarchico-dottorale, ha voluto per molti versi confermare e salvaguarda-re. Gli apparati statuali sono venuti precisandosi: così in Bologna si è ormai consolidata la prassi del governo misto o cogoverno tra legato e senato, ma non senza molteplici e costanti tensioni. Tanto più che, mentre il senato è venuto effettivamente rafforzando e articolando i suoi organismi di governo, anzitutto attraverso le assunterie interne e l'ambasciatore in Roma, il potere del legato o rappresentante pontificio è molto più oscillante e indefinito nei ruoli e nella durata. ......

Vergato, veduta con la chiesa di Santa Maria e il palazzo del Capitano della Montagna

Tra cavalle e affari di donne nell'applicazione del Concilio Tridentino - (Parte I.2)




Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Tra cavalle e affari di donne nell'applicazione del concilio tridentino: l'uccisione di Giovanni Zanini e le sventure di Venturino di Galeazzo Melini  (Luccaiola, 1572)

Che non sempre tra Melini e Zanini ci fosse stata tensione ma che anzi in passato ci fossero stati buoni rapporti ed anche relazioni di parentela, che anzi, nonostante l'asprezza delle tensioni recenti qualche ramo degli Zanini ancora non disprezzasse d'imparentarsi con qualche esponente dei Mellini, sarebbe emerso da una nuova, drammatica e complicata vicenda criminale. Il 29 agosto 1572 , venerdì, il massaro di Granaglione, per dovere d'ufficio, presentava denuncia contro Andrea di Marco (Zanini) delle Capanne e suo figlio Gabriele e contro Venturino di Galeazzo di Bertolone (Mellini) per l'uccisione di Giovanni di Tonio (Zanini). Secondo la denuncia del massaro, nella stessa mattinata le cavalle di Gabriele erano andate a pascolare sui prati di Giovanni, che le aveva cacciate. Ne era nata una lite e Gabriele aveva colpito Giovanni con una pugnalata alla testa, poi anche Andrea lo aveva colpito alla testa con un «ronchono» e Venturino lo aveva ancora colpito con una daga alla spalla sinistra. La rissa si era svolta in località Luccaiola (presso le loro case).....

part. da un quadro di Giuseppe Cesetti (Tuscania 1902-1990)

Chiesa, famiglia, roba, onore, passione e faide a Granaglione nel Cinquecento - (Parte I)




Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Il banditismo è un fenomeno endemico in Italia e non in Italia soltanto. La Cina e il Giappone hanno anch'esse una loro tradizione storico-letteraria sui briganti e così la giovane America del Far West. Il banditismo è spesso stato un fenomeno complesso, originato da cause molteplici, non sempre riconducibili semplicemente alla criminalità. Alla fine del secolo scorso Armand Dubarry ne tracciava una sintesi storica per l' Italia dalla preistoria mitica di Ercole e Caco al brigantaggio postunitario. Oggi potremmo aggiornarlo fino alla mafia e alle brigate rosse. Fenomeni antichi come i sequestri di persona si fondono con la nuova criminalità organizzata per il controllo internazionale del mercato degli stupefacenti e, come in passato, il riciclaggio del denaro sporco stabilisce un complesso rapporto tra brigantaggio-criminalità e potere politico-economico ufficiale. La cronaca quotidiana ci offre tuttora casi esemplari del problematico rapporto tra attività legali e attività malavitose di molti potenti, né mancano gli esempi attuali di potenti che nonostante le pesanti condanne inflitte loro dai tribunali della repubblica restano impuniti e liberi di muoversi e di agire. D'altra parte se il bandito potente ha sempre suscitato una certa astiosità, il bandito popolare è stato spesso assimilato all'eroe, al giustiziere. Il Passatore è ancora un mito in Romagna, come Tiburzi lo è in Maremma. Più in generale la distinzione tra banditismo criminale e banditismo ideologico-politico non è mai stata troppo agevole. Nel medioevo il comune cittadino afferma il suo potere abbattendo quello feudale e la resistenza feudale si connota spesso di caratteri banditeschi con la violenza dei «lupi rapaces». Basterebbe pensare per il Bolognese a Muzzarello da Cuzzano o ai Panico nella loro decadenza. Le leggi antimagnatizie fanno spesso dei nobili dei banditi ma, poiché la «liberazione dei servi» è problematica per molti dei rustici asserviti dal forse più pesante contratto mezzadrile e dalle nuove tasse sui fumanti, non mancano all'occorrenza significativi incontri tra banditismo nobiliare e ceti popolari, eventualmente mediati da predicazioni ereticali come quella dolciniana. Del resto anche la fazione popolare vincente si divide presto in nuove fazioni e i vinti sono sempre banditi, hanno le case distrutte, sono costretti all'esilio e dall'esilio premono sulle aree confinanti, specie montane, per contestare il potere che ha prevalso nel centro cittadino e tentare il rientro. Anche nel Tre-Quattrocento la situazione non cambia: ci sono il popolo grasso e il popolo minuto, ci sono le signorie cittadine, la Chiesa, i potentati esterni che tentano di affermarsi sulle persistenti forze repubblicano-autonomiste. Ancora nella seconda metà del '400, nonostante la ripresa demografico-economica e la generale pacificazione italiana, il fenomeno continua......

Giovannino da Capugnano, Fanti e cavalieri, olio su carta, Bologna, Collezioni d'arte e storia della Cassa di Risparmio

Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento - Indice





PER UNA STORIA DEL BANDITISMO MONTANO NEL CINQUECENTO

 Indice 

I. Chiesa, famiglia, roba, onore, passioni e faide a Granaglione nel Cinquecento
Note preliminari
Le comunità di Granaglione e Capugnano e le loro chiese
Lo scontro per la pieve delle Capanne
Un autorevole notaio montano e i suoi amori
Una fragile donna tra interessi di uomini: Caterina e la crisi dei Mellini

I.2 Tra cavalle e affari di donne nell'applicazione del concilio tridentino
L'uccisione di Giovanni Zanini e le sventure di Venturino Mellini (Luccaiola 1572)

II. L'inasprimento delle lotte faziose e la battaglia di Vergato (25-27 ottobre 1572)
Ampiezza e violenza del fenomeno banditesco gli inizi degli anni '80
Le nuove faide tra Zanini e Mellini: l'uccisione di Galeazzo Mellini e la vendetta su Andrea di Corsino Zanini
La battaglia di Vergato tra Menzani e Sassomolari del 25 – 27 ottobre 1582

III. L'acuirsi delle faide tra Mellini e Zanini e la ripetuta invasione dei Bagni della Porretta
Il nuovo attacco dei Mellini ai castagneti della pieve delle Capanne e l'invasione dei Bagni della Porretta da parte di Gregorio della Villa (ottobre 1583)
L'attacco di Luigi Pepoli alla pieve di Lizzano per il controllo dei beni comunali del Belvedere e l'umiliazione di don Gherardo Tanari
La risposta dei Montecuccoli e dei Tanari: la seconda invasione dei Bagni della Porretta da parte dei Menzani con l'uccisione di Francescone della Villa. L'arresto e la tortura di Ottaviano Zanini. 

IV. Momenti del banditsimo nel Belvedere: la lotta per i boschi, le risorse e i benefici ecclesiastici e i clan familiari 
Don Gherardo di Bella Tanari
Monte Acuto (1580 -85): le guerre dei poveri
Microcriminalità e violenze mafiose nel Belvedere del '500
I Fronzarli di Rocca Corneta e la reazione ghibellina al predominio dei Menzani e dei Tanari.
1. L'attacco dei Menzani a Rocca Corneta dell'8 aprile 1584 e l'uccisione di Novella Fronzaroli Giovanardi.
2. La vendetta dei Fronzaroli: l'imboscata di vidiciato del 22 aprile 1584 e l'uccisione di Calabrese e Giacomo Tanari.
3. Gli ambigui modi della represssione giudiziaria

V. La reazione delle popolazioni e dei Ranuzzi all'invasione di Porretta e l'isolamento dei guelfi. L'assedio ghibellino e la strage della pieve di Lizzano del 5 febbraio 1585 
1. I conti Ranuzzi e la controffensiva ghibellina nell'alto Reno
2. L'assedio della pieve di Lizzano del 5 frbbrsio 1585 e la strage dei capi guelfi dell'alto Reno

VI. I Tanari e la comunità del Belvedere dallo stabilimento della larvata signoria al recupero delle libertà (1500 -1600) 

VII. Culmine e caduta del fenomeno banditesco nell'alto Reno all'esaurirsi del Rinascimento: cause contingenti e trasformazioni strutturali 
Le trasformazioni delle strutture familiari e comunitarie e la ripresa del potere "popolare"

Mezzolara, una tenuta e una comunità tra il XVI e il XIX secolo




Premesse di lungo periodo dell'agricoltura bolognese. La formazione delle tenute Bentivoglio Manzoli-Odorici e Bentivoglio a Bagnarola e a Mezzolara e la loro gestione nel Settecento.

La tenuta della Mezzolara che nell'Ottocento fu dei Baciocchi e poi dell'imperatrice Eugenia di Montijo sotto la grande affittanza del Benni che infine ne divenne proprietario, insisteva su tre grandi tenute aristocratiche precedenti: quella di S. Martino in Soverzano dei Manzoli, che dopo la metà del '700 pervenne a diversi esponenti dei Marsigli; quella dei Bentivoglio Manzoli, anch'essa in origine in gran parte dei Manzoli, che nello stesso periodo venne acquistata e rivalorizzata dal tesoriere Pietro Odorici; quella della famiglia senatoria Bentivoglio, nella quale nel 1723-7 era già confluita per via fidecommissoria una parte dell'originaria tenuta Bentivoglio Manzoli. Queste due ultime tenute entrarono pressoché interamente a far parte della tenuta ottocentesca, mentre quella dei Manzoli e dei Marsigli solo per alcune parti. Però nella tenuta ottocentesca vennero ancora accorpati altri beni minori provenienti dai marchesi Banzi, da diversi borghesi, come i Muzzioli, i Cacciari, i Bortolotti, Carlo Chiesa, figlio del grande perito Andrea, e soprattutto beni ecclesiastici (della Mensa, dei canonici di S. Salvatore, dei PP. di S. Giacomo, delle MM. di S. Leonardo e delle MM. di S. Margherita) che erano stati acquisiti al Demanio Nazionale dalle soppressioni rivoluzionarie e successivamente privatizzati. Nell'impossibilità, dato il breve spazio disponibile, di esaminare tutte queste tenute e proprietà, ci concentreremo soprattutto ed a grandi linee sulle vicende delle tre grandi famiglie aristocratiche ed infine, più dettagliatamente ed a titolo esemplifica-tivo, ci concentreremo sulle vicende della tenuta Bentivoglio senatoria.


 
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