La chiesa di Bologna e l'Europa durante l'arcivescovado del Cardinal Vincenzo Malvezzi



Se si eccettuano alcuni panegirici in occasione della morte, fatti da personalità religiose di tutto rilievo e assai laudativi, non si può certo dire che la letteratura sull' arcivescovado del card. Vincenzo Malvezzi sia numerosa e di rilievo' e ciò in particolare contrasto con la letteratura sul suo predecessore Prospero Lambertini-Benedetto XIV che è abbondante e generalmente encomiastica, anche se spesso molto aneddotica e poco incisiva dei problemi religiosi e politico-economici o socio-culturali che coinvolsero la società e la chiesa bolognesi del periodo'-. In effetti forse proprio questa abbondanza di letteratura acritica per il Lambertini ha finito per schiacciare la possibilità di una corretta lettura dell' arcivescovado del Malvezzi, impedendo di cogliere quali profonde linee di continuità legassero le due personalità e le due epoche, naturalmente anche con non irrilevanti differenze di sensibilità e di stile personale e fratture di clima e di situazioni. In particolare poi ha gravato sulla possibilità di una corretta lettura del Malvezzi e della sua epoca il fatto che egli fosse stato il protagonista della soppressione dei gesuiti, per questo amato ed esaltato da una vasta parte del mondo contemporaneo quanto altrettanto odiato da un'altra. Gli elementi di odio e di rimozione già prevalevano con l'avvento di Pio VI Braschi che portava all'immediata disgrazia del Malvezzi e, naturalmente, si intensificarono ancor più dopo la rivoluzione francese e con la Restaurazione. E del resto una sorte, questa, che il Malvezzi condivide con altre grandi personalità bolognesi del periodo, primo fra tutti il marchese Carlo Grassi, che, a nostro avviso, va annoverato tra i maggiori riformatori italiani del Settecento', di cui in parte condivise gli obiettivi ma con cui talora si scontrò duramente. Al più anche in opere recenti si è in qualche modo cercato di salvare la personalità dell'individuo e del religioso ma si è eluso il problema di una valutazione più critica e globale della sua personalità e della sua epoca e delle condizioni più generali della chiesa e della società bolognesi. (....).

Vincenzo Malvezzi, dalla Biblioteca Digitale del Comune di Bologna


Comunità e Parrocchia nell'area Appenninica in Età Moderna



Parlare in breve delle forme tradizionali di aggregazione popolare nella montagna-collina emiliano-romagnola (anche a limitare il discorso a pochi elementi come la comunità e la parrocchia) non è semplice perché, se esistono elementi strutturali uniformanti la cultura appenninica (l'ambiente, una certa unità di cultura materiale e spirituale, l'alimentazione, ecc.), esistono anche tra le diverse aree differenze profonde. Nel piacentino e nel parmense il peso della grande feudalità è rilevante e quasi non conosce fratture dall'età medioevale alla rivoluzione: i castelli conservano anche in età moderna gran parte della loro importanza strategica e sono spesso al centro di veri piccoli stati consolidati dalla tradizione ghibellina e dalla rilevanza dei feudi imperiali liguri a cui li collegano le strade che dalla Lombardia e dalla Padania scendono verso Genova e Sarzana. Nel ducato estense la feudalità montana resta rilevante anche se nei suoi aspetti minori può dar origine a qualche macchietta della commedia dell'arte, come il conte di Culagna poi, per fuggire il ridicolo, ribattezzato d'Acquaviva. In età moderna anzi, per le esigenze politiche e finanziarie degli Este, la feudalità tende nuovamente ad espandersi rispetto alle libertà conquistate dalle comunità nella tarda età medioevale e nella prima età moderna, nonostante non manchino episodi di accanita resistenza popolare. Però, con poche eccezioni come i Montecuccoli, si tratta per lo più di una feudalità frazionata che non sembra più in grado di incidere realmente, mentre al contrario il Frignano con la sua ampiezza e dilatazione vanta una tradizione di autonomia da Modena che ha potuto fondarsi sullo spessore delle persistenze etniche liguri come sull'autonomia dell'abbazia di Nonantola dalla diocesi modenese, sulle periodiche penetrazioni ed occupazioni bolognesi come, infine, sulla stessa espansione estense oltre lo spartiacque, nella Garfagnana. (......)

Per un'indagine dei caratteri originali della pianura bolognese del XVIII Secolo: il Catasto Boncompagni




Il Bolognese, tra il Sillaro e il Panaro, è diviso dalla via Emilia ad est e dalla via Bazzanese ad ovest, che separano nettamente il territorio della collina-montagna da quello della pianura. La città è posta al centro di questo territorio e da essa si dipartono a raggera anche le altre strade secondarie: di cresta (solo parzialmente e più recentemente di fondovalle) verso i valichi e le città toscane; verso Ravenna nella pianura (l'antica via Salara) e su tre direttrici verso il Primaro e il Ferrarese; verso S. Giovanni e Crevalcore con un rettifilo costruito di getto nel 1250 dal comune popolare memore delle antiche realizzazioni romane.
Già questo assetto mostra come il Bolognese sia stato un territorio unitario e la città vi abbia precocemente giocato un ruolo accentratore, a differenza di altre minori città emiliane. Il confronto col Modenese in particolare è pregnante. Il Bolognese storico si spinge lungo la via Emilia con un deciso saliente fino al Panaro, a oltre 20 km dalla città e ad appena 5 km dalla città rivale. Il Modenese inoltre risulta frazionato nel non vasto distretto di Modena, nella diocesi e nelle estese terre enfiteutiche di Nonantola, nel distretto-diocesi di Carpi, nel principato di Mirandola, nel vasto Frignano, nei numerosi e consistenti feudi. Feudi, città alternative di discreta ampiezza, abbazie, confederazioni montane costituiscono altrettanti poli alternativi alla città dominante, spesso anche come mercati. Nel Bolognese invece i diversi centri sorti a raggera ad una ventina di km dalla città (Bazzano, Castelfranco, S. Giovanni in Persiceto, S. Agata, Crevalcore, S. Pietro in Casale, Budrio, Medicina, Caste! S. Pietro) sono stati presto soffocati nelle loro aspirazioni all'autonomia, nelle speranze di crescita artigiana e mercantile e non sono andati oltre la dimensione di piccoli-medi borghi, organizzanti assai ristrette aree in gran parte controllate dalla proprietà cittadina. I feudi sono in tutto tre o quattro, di non grande ampiezza. Diocesi e territorio in gran parte coincidono e molte delle terre di originaria enfiteusi nonantolana sono state riscattate.
Strutture ambientali ed eventi storico-culturali si sono sorretti vicendevolmente a determinare questo assetto. Il carattere della Bologna moderna era già in gran parte delineato in età etrusco-romana, quando la città presentava una oligarchia agraria e consistenti ceti artigianali e mediava nei commerci tra Adriatico e Tirreno, tra Italia centrale e Padania (.....)

Identità storica e vocazioni del territorio bolognese




Colloquio con Alfeo Giacomelli.

Comincerei con una constatazione. Il territorio coordinato dalla città di Bologna ha mantenuto una notevole stabilità nei secoli e paragonato ad altre realtà, per esempio il territorio modenese o quello romagnolo - ha una notevole estensione. Bologna ha sviluppato una capacità di controllo sul contado sconosciuto alle altre città emiliane. Inoltre questo dominio non conosce eccezioni e si manifesta sia verso la pianura, sia verso la montagna. Lei concorda con questa affermazione? 

 Per l'età moderna certamente. Bologna è una grande città di tipo europeo, internazionale, sia dal punto di vista demografico, sia dal punto di vista produttivo. E' assolutamente una delle città trainanti sul piano europeo nella prima rivoluzione industriale, in epoca tardo medievale-primo rinascimentale e quindi su questa base raggiunge anche un controllo del territorio che almeno in area emiliana non ha confronti con le altre città. Però anche nel caso bolognese questa compattezza è il risultato di un processo storico piuttosto prolungato che lascia tracce profonde anche sull'età contemporanea. Bologna ha sicuramente come punto di riferimento della sua organizzazione territoriale in epoca moderna un substrato più antico, che e dato dalla diocesi, cioè l'entità religiosa del territorio, la quale a sua volta riflette un momento organizzativo probabilmente tardo romano, altomedievale, quando la città aveva sicuramente un controllo del territorio già consistente. La diocesi bolognese coincide con lo spartiacque montano, cosa che invece non è avvenuta a lungo per il territorio politico. In età altomedievale Bologna è invece stata una città relativamente perdente rispetto ai centri vicini, perdente sicuramente rispetto a Ravenna, perdente rispetto alla penetrazione longobarda da Modena e dalla Toscana e il suo territorio si è ridotto notevolmente. Ad esempio la contea di Modena si espande praticamente fino al Reno, la marca toscana penetra fino all'altezza di Riola, altre aree sono estremamente frammentate, il territorio della diocesi di Nonantola e lo stesso territorio soggetto all'abate di Nonantola è piuttosto esteso sia in pianura sia lungo la valle del Samoggia e del Panaro, fino ai passi verso la Toscana (Lizzano, Corno alle Scale). Il Comune bolognese, che si costituisce intorno all'autorità vescovile, ha inizialmente il problema di riaffermare la propria autorità. Questo processo di riconquista del territorio, che data tra la fine del XII secolo e la prima metà del XIII secolo, coincide con l'affermazione del comune popolare, con l'affermazione delle arti, con una rivoluzione anche politica ed economica, e con la stessa affermazione dello Studio. Una serie di fenomeni concomitanti che porta Bologna a primeggiare in Europa. (....)

La Madonna di San Luca a Bologna - Valori simbolici del santuario e del portico nel contesto politico-culturale bolognese del Sei-Settecento



Il culto cittadino della Madonna di S. Luca si era delineato assai gradatamente, anche per l'acquisizione duecentesca del monastero collinare alla religione domenicana e poi per la discesa trecentesca delle monache nel convento urbano di S. Mattia, fino al 1433 quando, per iniziativa di Graziolo Accarisi, primo elaboratore della leggenda, erano iniziati i trasporti cittadini dell'antica immagine. Significativamente però era stato solo sotto la consolidata signoria di Giovanni II Bentivoglio, nel 1476, che il culto della B.V. di S. Luca era entrato organicamente nella liturgia cittadina in connessione ai tridui delle rogazioni minori, cominciando a configurarsi, per tale fatto, come specifico culto "nazionale" bolognese Poco dopo, nel 1481, anche la chiesa ebbe i primi significativi ampliamenti. D'altra parte lo sviluppo del culto santuariale mariano si delinea quasi ovunque appunto solo a partire dalla seconda metà del Quattrocento. Agli inizi del Cinquecento il culto patronale cittadino della B.V. di S. Luca era ormai ben definito tanto che lo stesso Giulio II, conquistando la città, come non mancò di confermare la "nazionalità" dei benefici ecclesiastici bolognesi, non mancò di rendergli omaggio, connotando la liturgia "lucana" delle rogazioni bolognesi e il monastero di S. Mattia di particolari indulgenze, in continuità con quelle che pontefici, legati e vescovi già avevano concesso a partire da Nicolò IV. ...


Corporazioni d'arte e famiglie cittadine in relazione con la basilica di San Petronio (secoli XVI-XVIII)



Le circostanze storico-politiche che portarono alla delineazione della figura leggendaria di S. Petronio ed alla sua fissazione come patrono della città sono state oggetto di numerosi studi specialistici né perciò occorrerà insisterci. Su qualche punto merita però richiamare l'attenzione, anche per individuare linee di continuità tra l'età medievale e moderna ed il persistere del culto e della funzione patronale nel mutare delle circostanze storico-culturali. 
S. Petronio è un santo esclusivamente bolognese, funzionale al dominio della città, che nello stesso contado bolognese non ha praticamente alcun culto. Il governo cittadino chiama capitani, vicari, podestà e massari a prestare omaggio per la festa del santo ma il suo culto non si diffonde nel contado. Non c'è alcuna chiesa bolognese che gli sia dedicata, forse con l'unica eccezione di Funo dove però è tardivo contitolare per l'intervento di un senatore Angelelli, né vi sono cappelle o benefici che ne portino il nome, ad eccezione di un beneficio nella metropolitana di S. Pietro. Le stesse immagini del santo compaiono raramente e tardivamente in pale comitatine e sarà da esaminare in quali circostanze e per quale committenza. Inutile dire che in città invece il santo figura in innumerevoli pale ed affreschi, presso numerosissime chiese ed in contesti estremamente significanti: ad esempio nella pala dei Mendicanti del Reni o nell'altare di S. Alò dell'arte dei fabbri, sempre ai Mendicanti, chiesa di giuspatronato senatorio. In contado c'è una sola vera eccezione, quella di Castel Bolognese, l'enclave romagnola conquistata dai bolognesi proprio nel 1388, ossia negli anni stessi della fissazione della repubblica popolare e dei nuovi statuti nonché di fondazione della basilica. S. Petronio è dunque il protagonista di un'impresa coloniale del «popolo» bolognese proprio ai danni dello Stato pontificio, sostiene un' enclave che, con pochissime parente-si, la repubblica bolognese manterrà anche dopo essere stata sottomessa da Roma e dai pontefici, fino al 1794, in un rapporto coi sudditi-alleati romagnoli di reciproca convenienza e sostegno. La soppressione di tale enclave, dopo le tensioni già delineatesi nel 1780 per il piano economico del card. Boncompagni e Pio VI, sarà anche in qualche modo l'evento simbolico della fine di un rapporto, di un compromesso costituzionale instauratosi col pontificato e la curia alla metà del Quattrocento e ricontrattato agli inizi del Cinquecento, poi più volte esplicitamente o implicitamente ridefinito. Non a caso, lasciati nello stesso 1794 liberi di scegliere in rapporto al nuovo piano doganale del tesoriere Ruffo, i bolognesi opteranno di essere considerati stato estero e avranno inizio le più specifiche congiure dei «malintenzionati» e dello Zamboni, già tutte orientate in senso rivoluzionario ed insieme di restaurazione della libertas repubblicana bolognese, apertamente appoggiate da larga parte del ceto senatorio. Tutti gli eventi che ruotano intorno al culto di S. Petronio ed alla stessa costruzione e completamento della basilica conservano dunque, anche in età moderna, un'immediata valenza simbolica e politica nel contesto di una specifica fede civica, municipale, della volontà bolognese di persistere come ben individuata patria e nazione. Finché il culto di S. Petronio resta vivo in Bologna, la città continua a volersi nazione, in un rapporto di amore-odio, comunque di tensione con Roma, con la curia e i sovrani-pontefici. Gli affreschi di palazzo Magnani, sede d'apertura del nostro convegno, ne sono uno degli esempi più eccezionali e non privi di agganci con la lunga durata del culto giurisdizionalista del santo. 
Circa questo rapporto di tensione basti pensare, dopo la fondazione della basilica, all'estromissione delle immagini del legato card. Aleman e di Martino V dal portale di Jacopo della Quercia; basti pensare ai complessi equilibri politici che vedono, dopo i primi interventi di Eugenio IV, la delineazione della struttura quasi definitiva del Capitolo (1 primicerio, 18 canonici, 15 beneficiati) nel 1463, sotto Pio II ed il card. legato Capranica, quando la costruzione della basilica conosce il secondo e maggior impulso, con la famiglia del principe Bentivoglio relativamente defilata a vantaggio delle altre famiglie dell'oligarchia e per contro, con un legato concordatario e filocittadino come il Capranica, promotore dei lavori e fondatore egli stesso di una specifica cappella (che peraltro cederà poi all'arte «bentivolesca» dei macellai, la più prossima al potere del signore. La struttura del Capitolo si consolida in queste circostanze proprio con la cessione ad esso da parte dei XVI riformatori del dazio di piazza, ossia con una delle tante privatizzazioni delle risorse e della finanza pubblica che caratterizzano l'affermazione dell'oligarchia bolognese a metà del secolo, dalla Gabella Grossa dottorale alla Tesoreria all'Università delle Moline, alla spartizione del contado in precise aree di influenza strategico-economica. In questo contesto la basilica ed il Capitolo di S. Petronio vengono ad essere uno dei diversi pilastri della struttura di potere e dell'equilibrio-compromesso politico-istituzionale cittadino.


Per un'analisi dì lungo periodo della proprietà e dell'agricoltura zolese. La tenutina delle Donzelle e di Villa Edvige e Ia sua evoluzione storico-produttiva



Per un'analisi dì lungo periodo della proprietà e dell'agricoltura zolese. La tenutina delle Donzelle e di Villa Edvige e la sua evoluzìone storico-produttiva.

La circostanza della acquisizione da parte del comune di Zola di villa Edvige nella tenuta delle Donzelle e la sua ideata destinazione a centro di studi della storia delle ville, (si spera non solo da un punto di vista architettonico, ma nel senso originario del termine, ossia di "rus", campagna produttiva, agricoltura, impresa), ci invoglia a tentare una prima analisi del territorio e della proprietà zolese, nelle trasformazioni tra la fine del `700 e l'età rivoluzionario - napoleonica, per procedere poi ad un più preciso approfondimento dell'evoluzione della tenuta delle Donzelle nella fase (tutta l'età moderna) in cui fece parte del vastissimo patrimonio fondiario dei padri olivetani di S. Michele in Bosco e quindi, dopo la nazionalizzazione rivoluzionaria, entrò a far parte della nuova proprietà borghese dei Pancaldi e poi dei Giusti. Di particolare interesse risulterà proprio l'esame della fase di transizione, tra la seconda metà del sec. XVIII e gli inizi del XIX, in cui un nuovo ceto possidente e dirigente venne affermandosi anche nella realtà zolese, emergendo in larga misura non solo e non tanto dalle tradizionali attività della grande mercatura internazionale e della banca, ma proprio dai ceti popolari e anche dalle campagne, attraverso le attività artigianali e la mercatura minore (nella fattispecie la lavorazione ed il commercio della canapa) e la stessa produzione e le affittanze agricole, il commercio dei generi. In queste trasformazioni anche numerosi elementi di origine zolese (e più latamente originari delle campagne tra Lavino e Panaro) dovevano svolgere un ruolo rilevante.

Le trasformazioni delle strutture familiari e comunitarie e la ripresa del potere "popolare" - (Parte VI.17)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Le trasformazioni delle strutture familiari e comunitarie e la ripresa del potere «popolare» - (Parte VI-17)

Il processo di disciplinamento sociale, per altro, non sarebbe probabilmente passato se si fosse limitato al solo momento repressivo ed ecclesiastico-ideologico e se non si fosse accompagnato a più graduali e profonde trasformazioni di molteplici strutture che infine venivano a maturazione, determinando il sorgere di una società nuova, decisamente più «moderna» di quella passata. Prendiamo anzitutto in considerazione le trasformazioni della demografia e delle strutture famigliari. A partire dalla ripresa della metà del '400 il processo di crescita demografica, nonostante guerre ed occasioni carestie-epidemie, era stato fino a questi anni ininterrotto e sempre più accelerato, tanto nel contesto urbano, per i fenomeni di inurbamento, che, soprattutto, nel contesto comitatino. Bologna aveva raggiunto e superato gli 80.000 abitanti ed il suo contado oscillava ormai tra 250-300.000 anime, con una densità tra le più elevate d'Europa, che aveva sonetto una vasta azione di bonifica e colonizzazione come un consistente decollo mercantile, protocapitalistico e protoindustriale. Quanto e forse più che in altre parti d'Italia e d'Europa, il Bolognese aveva conosciuto una prima rivoluzione agronomica ed industriale, un primo consistente decollo capitalistico. Le lotte ed i fenomeni banditeschi si erano in gran parte verificati non in un paese arretrato e disgregato, ma, appunto, nel paese guida del capitalismo occidentale e, a tutti i livelli, per il controllo di queste immense risorse anche se una parte della manovalanza criminale operativa poteva essere venuta dai ceti più disgregati e proletarizzati. Ma, intorno agli anni '80 l'equilibrio tra popolazione e risorse si stava sempre più deteriorando e si erano in gran parte esaurite anche le terre più marginali da conquistare, dalla produttività comunque decrescente, mentre i processi inflazionistici raggiungevano livelli senza precedenti, compromettendo, con l'aumento dei salari e dei costi di produzione, la concorrenzialità delle manifatture italiane, pur di gran lunga qualitativamente più pregiate. A Bologna, ad esempio, verso il 1580 entrò in crisi il settore della lana, che tra città e contado aveva dato lavoro a 15.000 operai, ed inutili si rivelarono i provvedimenti protezionistici presi dallo stesso Sisto V. Il costo dei generi alimentari era crescente e per contro sempre più difficile si rivelava l'approvvigionamento cittadino dove, nonostante la molteplicità degli investimenti passati ed in parte perduranti, il fenomeno pauperistico era in rapida e pericolosa espansione e, con esso, naturalmente, i fenomeni di devianza strutturale quali la mendicità, i furti, gli assassini, la prostituzione. ....

A.Giacomelli, La casa della comunità di Capugnano, 1604-5, sopra la sacrestia - archivio, in persistente unità con la chiesa di giuspatronato popolare. In secondo piano Castelluccio e, sullo sfondo, il Corno alle Scale.

Il Cardinal Paleotti e la ristrutturazione ecclesiastica dell'alto Reno - (Parte VI.16)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

Il card. Paleotti e la ristrutturazione ecclesiastica dell'alto Reno - Parte VI.16.

 L'avvento di Sisto V e l'avviata repressione del fenomeno banditesco ebbero conseguenze immediate anche sulla situazione ecclesiastica, favorendo, con la scomparsa o la rimozione dei parroci e dei pievani più compromessi nelle lotte e nelle fazioni, il riassetto generale della diocesi e il definitivo consolidamento tra gli ecclesiastici e le popolazioni della normativa tridentina in un rapido processo di disciplinamento. Del resto anche il nuovo ruolo di Bologna e del card. Paleotti erano stati appena riconosciuti con l'elevazione della diocesi ad arcivescovado con giurisdizione, oltre che su Bologna stessa, sui ducati emiliani. Nell'alto Reno in particolare si ebbe una generale ristrutturazione delle parrocchie e delle pievi. ù
Don Gherardo Tanari, il violento pievano di S.Mamante di Lizzano, evidentemente su autorizzazione del Paleotti, fu infine sottoposto a regolare processo dal tribunale del Torrone, ammise il suo coinvolgimento nelle lotte e fu esiliato. Di tale forzata rinuncia al plebanato lizzanese profittava immediatamente il card. Paleotti per smembrare il 25 gennaio 1586 S.Nicolò di Monte Acuto e S.Pietro di Vidiciatico dalla diretta unione alla chiesa di Lizzano, creandole parrocchie autonome, sia pur persistentemente soggette alla pieve di S.Mamante. Anche se con lentezza a causa della povertà del luogo, la chiesa di Monte Acuto cominciò ad essere ristrutturata, ad istituire la Compagnia del SS.mo Sacramento o Opera ed a dotarla di beni, a dotarsi di sacrestia, paramenti, arredi. Monte Acuto ottenne anche il fonte battesimale che da tempo richiedeva, perchè la lontananza dalla pieve era causa di gravi disagi e di una elevata mortalità infantile. Nuovo parroco, in sostituzione del vecchio cappellano don Carlo Picchi (un forestiere che entrò poi in fratellanza coi Bartolini di Capugnano), veniva nominato don Marco Fronzaroli di Rocca Corneta, ossia l'esponente di una famiglia tradizionalmente rivale di don Gherardo e dei Tanari, che vi venne ad abitare con due fratelli. Ciò contribuì certamente ad indebolire la posizione dei Tanari nel Belvedere ed a promuovere quel più generale movimento di recupero dell'autonomia economico-amministrativa della comunità che già si era delineato, ma, dato il coinvolgimento nelle lotte passate anche dei Fronzaroli, non era una garanzia. Nel giugno del 1592 un Calistri dei Boschi di Granaglione venne incarcerato, forse su denuncia dei Fronzaroli (anche le lotte tra comunità per i confini, i pascoli, i boschi, i processi di colonizzazione si erano accentuate), e ne seguirono faide tra le due famiglie in cui anche un fratello del parroco fu ucciso. Ciò consigliava l'allontanamento del Fronzaroli che il 7 luglio 1592, su sua apparente richiesta, otteneva da mons. Alfonso Paleotti, coadiutore del card. Gabriele con diritto di successione, di scambiare la parrocchia di Monte Acuto con quella di S.Marco di Zaccanesca, retta da don Camillo Mattei di Fossato.
 L'effetto complessivo della recuperata autonomia parrocchiale fu appunto anche quello di valorizzare la società civile delle singole parrocchie o ville della comunità belvederiana, che poterono raccogliersi più frequentemente intorno ai loro particolari consigli per eleggere poi i loro rappresentanti temporanei nel più ampio consiglio belvederiano. Progressivamente liberatosi dal condizionamento dei Tanari, tale consiglio assunse quindi una struttura relativamente democratica e confederale, processo che sarebbe culminato agli inizi del '600 nel pieno recupero dei beni comunali e nella riformulazione dei capitoli della comunità. Viceversa il processo di rafforzamento della comunità civile portò al rafforzamento delle strutture ecclesiastiche attraverso il restauro e l'ampliamento degli edifici, la nascita di confraternite, la fondazione di altari privati delle principali famiglie comuniste, in precedenza un po' soffocate dalla prevalenza dei Tanari. A Lizzano, ad esempio, nel 1599 il campanile crollato era già stato ricostruito, chiesa e canonica erano in ordine ed erano già stati eretti quattro altari privati: di S.Antonio abate dei Filippi, di S.Nicolò dei Gasparini, del Rosario dei Fioresi e di S.Rocco, pure dei Fioresi. Un analogo processo si ebbe anche altrove ed un particolare impegno si pose, tra i due secoli, a rifondare le pale degli altari maggiori coi santi titolari e totemici, patroni e garanti anche delle comunità civili. A Monte Acuto, ad esempio, la nuova pala dell'altar maggiore fu commissionata a Pietro Faccini e rappresentò i due santi patroni, Nicola e Giacomo, nell'atto di invocare la Trinità per la popolazione del luogo, in piena aderenza ai dettami estetico-devozionali voluti dal Paleotti. È probabile che tale pala fosse commissionata sotto il rettorato di don Giacomo Giacomelli (questo cognome si era imposto anche nello specifico ramo dei Semi), già allievo di don Martino Zanini e figlio di quel Pellegrino che aveva avuto due figli e un garzone uccisi alla pieve di Lizzano e che avrebbe poi commissionato anche un altare di famiglia in Capugnano. In tale pala nuova ortodossia religiosa, disciplinamento sociale e orgoglio della piccola patria procedevano parallelamente. Lo stesso si può dire per le pale un po' posteriori di Capugnano ed ancor più di quella di S.Mamante di Lizzano . ......

L'uccisione e la decapitazione di Raffaele "il Gallo" Mellini (8 settembre 1586) - (Parte VI.15)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

L'uccisione e la decapitazione di Raffaele «il Gallo» Mellini (8 settembre 1586).

Il momento più acuto della repressione e della ristrutturazione politico-religiosa era dunque superato e tra persistenti catture-esecuzioni, ma anche grazie e condoni, la vita rientrava lentamente nella normalità quando un nuovo episodio sembrò riportare le tensioni tra Zanini e Mellini al momento più acuto: l'uccisione di Raffaele «il Gallo», da tempo non più solo capo morale del clan Mellini ma anche suo capo militare ed operativo. Il fatto che tale uccisione avvenisse quasi esattamente ad un anno di distanza da quella di don Pirro ci fa presumere che gli Zanini non vi fossero interamente estranei, che fossero anzi i possibili organizzatori e mandanti dell'azione, anche se ce ne mancano le prove. Anche se l'episodio sembra inquadrarsi nella tipologia più recente e diffusa della caccia ai banditi per la riscossione della taglia e la liberazione di altri banditi, l'ipotesi che vi si frammischiasse anche una ennesima ed in qualche modo conclusiva faida non ci sembra da scartare. Comunque è evidente che anche le autorità cittadine e lo stesso conte della Porretta, lo stesso Granduca, avevano probabilmente bisogno di questa morte per giungere ad una pacificazione locale, alla sistemazione delle posizioni acquisite ed in qualche modo anche al tentativo di conciliazione tra le due famiglie rivali. Occorreva dunque avere un «parallelo» alle ripetute esecuzioni rituali degli Zanini ed in particolare a quella dei loro due maggiori esponenti, ser Giulio e don Pirro, e le autorità lo organizzarono. Ci sembra avallare questa nostra ipotesi anche il fatto che le indagini furono piuttosto sommarie e che la curia criminale non raccolse testimonianze dirette, ma solo voci, anche se piuttosto attendibili e convergenti. La notizia dell'uccisione di Raffaele «il Gallo» giunse alla curia del Torrone in termini così vaghi che 1'8 settembre 1586 non venne neppure registrata e venne invece citato per una più precisa informazione, sotto pena di sc.200, il massaro di Casio, nel cui territorio si era svolto uno degli episodi cruciali della vicenda. .......

Lodovico Carracci, Tito Tazio ucciso dai Laurenti (part.), Bologna, Palazzo Magnani

L'uccisione di don Pirro Zanini alla Pieve delle Capanne (5 settembre 1585) - (Parte VI.14)



Questo studio fa parte di una serie intitolata "Per una storia del banditismo montano nel Cinquecento" che raccoglieremo in maniera organica e in un unico testo in un post finale ma che nel frattempo li riproporremo gradatamente nella versione iniziale pubblicata.

L'uccisione di don Pirro Zanini (5 settembre 1585)

Il rigore dei nuovi bandi e la decisione con cui il nuovo pontefice ed il legato Salviati sembravano intenzionati a porre fine al fenomeno banditesco, l'arresto e lo strangolamento del senatore Giovanni Pepoli, capo effettivo del partito ghibellino al quale erano collegati, non sembrò scoraggiare i Mellini, ormai pressoché tutti banditi, ma, in qualche modo, anche relativamente sicuri nelle loro basi di Pavana e Sambuca, sul vicino Granducato. Il fatto anzi che una parte degli Zanini fosse stata raggiunta dalla giustizia ed alcuni dei loro esponenti più odiati e qualificati fossero stati giustiziati nell'attacco alla pieve di Lizzano, che fosse ormai chiaramente emerso anche il cointeresse dei conti Ranuzzi a ridimensionarli, sembrò rendere i Mellini ancora più attivi e decisi. Il 5 settembre 1585 (appena cinque giorni dopo l'esecuzione del Pepoli si badi e quasi come reazione del partito ghibellino ad essa) essi attaccavano con decisione la pieve delle Capanne, uccidendo ostentatamente il pievano don Pirro Zanini, causa prima delle loro disgrazie. Lo denunciava il giorno seguente il massaro di Granaglione, precisando che l'uccisione era avvenuta in un campo sotto la pieve, dove il sacerdote assisteva ai lavori di un mezzadro e di un garzone, con undici ferite tra archibugiate e pugnalate. Però il massaro non faceva affatto il nome dei Mellini ma parlava solo di sette «sconosciuti», indeterminatezza e minimizzazione significativa se si pensa che in passato le denunce dei massari granaglionesi erano state costantemente orientate a favore degli Zanini. È evidentemente un segno di paura per il tendenziale sopravvento politico-militare della famiglia già sconfitta e, viceversa, un preciso indice dell'attuale debolezza ed isolamento degli Zanini anche per la contemporanea azione dei conti Ranuzzi. L'uditore Traiano Gallo inviò sul luogo la solita cavalcata, al comando del notaio criminale Vincenzo Bernardi col cursore Camillo Barbieri, che 1'8 settembre iniziavano l'inchiesta a Capugnano da Giangiacomo q. Ottaviano Zanini, padre dell'ucciso. Benché non fosse stato sul luogo, egli non ebbe alcuna esitazione ad indicare come artefici dell'assassinio tutto il clan dei Mellini ed i loro collegati toscani di Sambuca e di Treppio, con la partecipazione anzi delle loro donne rimaste alle Capanne. ......

Lodovico Carracci, Remo uccide il re Amulio (part.), 1590-2, Bologna, Palazzo Magnani

 
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