Le partecipanze emiliane, tra mito, evoluzione storica e produttività agraria



Chi abbia familiarità con la letteratura sulle partecipanze e le comunità partecipanti sa che, non infrequentemente, essa è nata da studiosi locali che con le partecipanze avevano un profondo, originario legame: penso, ad esempio, al Forni, al Simoni, al Diozzi. Si tratta di studiosi che muovono dalla erudizone locale, con un'ottima conoscenza dei locali archivi anche perché talora essi stessi archivisti comunali, ma spesso senza più ampi elementi di raffronto e però, nel loro rigore, non di rado anticipatori di ricerche e di interessi di studio non comuni in passato alla storia accademica, valorizzati invece più recentemente dalla microstoria, dalla storia demografica e dela famiglia, del territorio e dell'ambiente, delle strutture agrarie, della cultura materiale, delle istituzioni, ecc. C'è inoltre oggi ad orientare verso il recupero di questa storiografia il crescente interesse per la storia dei rapporti tra i centri del potere politico e le periferie e le comunità, per tutto il complesso articolarsi in ceti delle società urbane e delle società rurali e sui pro-cessi di reciproca interazione ed integrazione, sulla formazione delle borghesie intellettuali, spesso di origine comitatina, sui processi di inurbamento e sulle ascese sociali, sulle gentry rurali (o meglio delle città e delle terre comitatine) di cui credo si venga scoprendo l'incisività proprio per l'Italia, caratterizzata appunto dalla molteplicità delle città e delle piccole patrie. C'è però anche tutta una letteratura giuridica che, dopo l'ottocentesco dibattito tra il Cassani ed il Breventani sulle decime centesi, ha spesso lasciato cadere la componente più propriamente storica e che perciò, insieme ad un certo numero di meriti teorici, presenta anche non pochi limiti. Presa dai dibattiti legislativi postunitari e novecenteschi e spesso dalla preoccupazione concreta di salvare l'istituto, tale letteratura giuridica ha teso a dare un quadro unitario dell'istituto delle partecipanze, riconducendolo ad originarie concessioni enfiteutiche nonantolano-vescovili, all'obbligo della coltivazione ad meliorandum, all'incolato ed alle divisioni periodiche, al processo di chiusura e di separazione dagli istituti comunali coi quali pure, in varia misura, aveva continuato a convivere ambiguamente. Ma questa visione unificante (penso ad esempio al Frassoldati) nasceva non tanto dalla concreta evoluzione delle partecipanze storiche, originarie, quanto dall'effettivo processo di tendenziale unificazione giuridica che era proceduto a partire dalla loro ricostituzione negli anni della Restaurazione e, ancor più, con la legislazione del card. Macchi del 1840 e poi attraverso gli stessi dibattiti parlamentari postunitari e novecenteschi. Non a caso ad essere soppresse finirono per essere le partecipanze di Medicina e di Budrio che nella loro evoluzione meno si adattavano allo schema della partecipanza dominio collettivo-piccola impresa coltivatrice. Sulla base di questa letteratura, come nella tradizione po-polare tanto per le partecipanze che per le comunanze montane è sopravissuto il mito della buona contessa Matilde, che per altro potrebbe avere talora anche qualche consistenza, credo che pochi studiosi siano sfuggiti ad un certo mito delle partecipanze come precoce capacità delle genti emiliane di organizzarsi in strutture collettive (starei per dire quasi cooperative e socialistiche) operanti al riscatto della terra dalle forze selvagge della natura e alla valorizzazione agricola, in strutture politiche associate (i comuni rurali) tendenzialmente egualitarie e progressivamente emarginanti i poteri feudali e signorili, consapevoli di sé e dei propri diritti fino al costituirsi delle famiglie antiche ed originarie in entità autonome dai comuni stessi. Ma regge veramente e interamente questa visione ottimistica ad un'analisi storica più approfondita? Invero già non pochi degli studiosi più legati alle realtà locali (come il Forni o il Diozzi) avevano insistito anche sulle differenze storiche, sul-la necessità di analisi concrete, articolate e parallele, sulla diversità degli esiti. Credo appunto che da questa più concreta analisi si debba partire per comprendere questa diversità, procedendo non solo ad una analisi comparata delle diverse partecipanze (e invero anche delle comunanze montane) ma anche allargando l'indagine alle più complesse realtà geografiche, ambientali, pedologiche e agrarie, politiche, sociali ed economiche, culturali in cui le partecipanze si sono inserite e con cui hanno interagito. (....)

Giuseppe Marconi tra privato e pubblico




Agente minghettiano nel regno di Napoli e a Roma nella prospettiva dell'unità d'Italia e della spedizione dei Mille? Considerazioni di metodo e ipotesi di lavoro Nel 2009 ricorrerà il centenario della concessione del premio Nobel a Guglielmo Marconi. 

Spero che sarà l'occasione per la pubblicazione di un consistente lavoro compiuto col compianto amico Giorgio Bertocchi sulla famiglia Marconi e sulle premesse di lungo e medio periodo che fecero del-l'invenzione della telegrafia senza fili, a Bologna e a Pontecchio, nella valle del Reno, in quello specifico momento, un evento non occasionale, ma in qualche modo "necessario", frutto della genialità individuale ma anche di una specifica e qualificata famiglia, di un preciso contesto ambientale e storico - culturale. Questo scritto in qualche modo vuole essere una anticipazione delle problematiche e dei metodi che nello studio sono affrontati. Lo scritto mi è stato sollecitato dall'amico Luciano Bondioli che sperava di trovare qualche aggancio locale alle celebrazioni garibaldine, nel bicentenario della nascita dell'eroe, ma non ha carattere contingente: era già il risultato del precedente lavoro marconiano. Nel contesto di una ricerca e di una documentazione di frequente matrice diversa, ma sempre convergente e soddisfacente per entrambi, la documentazione e le riflessioni qui prodotte mi sono interamente dovute.

Una foto d'epoca che ritrae, presso Villa Griffone, a Pontecchio, Giuseppe Marconi e la moglie Annette Jamenson con i due figli: Guglielmo e, in piedi, Alfonso (proprietà Fonfazione G. Marconi)

Per una storia del territorio e delle strutture del comune di S. Lazzaro nell'età moderna (secoli XV - XVIII)



APPENDICE: Mappe delle proprietà e delle vocazioni agrarie delle dieci comunità del territorio sanlazzarese alla fine del Settecento desunte dal catasto Boncompagni.




Il comune attuale di S.Lazzaro è costruzione rivoluzionario-napoleonica mantenuta dalla Restaurazione e consolidata dall'unità d'Italia. Per una storia di questo territorio nell'età moderna molti elementi debbono essere radicalmente ripensati, a partire appunto dall'idea di comunità che di norma si origina intorno alla parrocchia e con essa mantiene una sostanziale simbiosi, anche se progressivamente indebolita dal processo di specializzazione delle strutture ecclesiastiche e civili centrali, dal loro tendenziale processo di separazione nel momento gerarchico e governativo. Le comunità che finiscono per consolidarsi in età moderna nel territorio corrispondente all'attuale comune di S.Lazzaro sono nove (Miserazzano, Croara, Farneto, Pizzocalvo, Castel de' Britti S.Biagio e Castel de' Britti S.Cristoforo - in origine una sola - e, in territorio interamente pianeggiante, S.Lazzaro, Caselle, Russo); significativamente esse fanno capo a quattro distinti plebanati moderni, che, per molti versi, costituiscono la realtà strutturale più arcaica e di fatto il sustrato più fortemente condizionante anche quando altre diverse realtà di aggregazione politico-civile poi si enucleano, come i vicariati. Fondamentalmente infatti, oltre che sulla parrocchia, è sulle rispettive pievi che continuano a gravitare le società delle diverse comunità-parrocchie, tanto più in un' area come questa dove, per la prossimità della città ed il condizionamento della sua economia-società, le comunità rurali hanno avuto difficoltà ad esprimere una realtà politico-amministrativa autonoma quale per contro è dato riscontrare in aree più periferiche e specie confinarie, intorno alle maggiori comunità a sviluppo di borghi rurali, partecipanti, oppure intorno alle grandi comunità montane, dotate le une e le altre di consistenti beni comunali che invece mancano a quelle qui considerate.. Le comunità dell'attuale comune di San Lazzaro appartengono anzi a due strutture ecclesiastico-territoriali nettamente diverse: una parte di esse, quella più prossima alla città rientra infatti nell'area ecclesiastica del suburbio, in qualche modo gravitante, soprattutto nell'età più arcaica, sulla stessa cattedrale, e, dal punto di vista giuridico-amministrativo, nel territorio della guardia, direttamente amministrato e giudicato dalla città e non dalle magistrature comitatine. Nella ristrutturazione viscontea del 1352, anzi, tutto il territorio dell' attuale comune fa parte della guardia e solo a partire dalla ristrutturazione repubblicana dei vicariati del 1376 (coll' istituzione dei vicariati di Croara e di Varignana) viene a far parte della più generale amministrazione comitatina. Il vicariato della Croara comprende allora, oltre questa comunità, Farneto, Vezola, S.Ruffillo, Rastignano, Otto, Montecalvo, Iola, Ciagnano, Castel de' Britti, Russo, Roncomarone, Sesto, Musiano, Miserazzano, Riosto, Gorgognano, e poi anche Pizzocalvo, Casola Canina e Zena, prima soggette al vicariato di Varignana. Nel 1388 gli si aggiunse anche Monte Calderaro mentre Castel de' Britti passava sotto Varignana, con una tendenza centrifuga, rispetto alla più compatta area suburbana dell'attuale comune di S.Lazzaro, che ci sarà dato più volte di rintracciare. Ma presto il vicariato della Croara fu soppresso e inglobato nella giurisdizione suburbana (1395), eccetto Monte Calderaro che divenne vicariato a sé. Castel de' Britti in particolare oscillò tra vicariato della Croara, vicariato di Varignana e giurisdizione suburbana, ma nel giugno del 1400 risulta già eretto a sua volta in vicariato autonomo e se ne conservano gli atti a partire dal vicario Paolo Azzoguidi nel 1403-4 e frammenti nel 1407, 1411 e 1426 4. Nel 1450 gli uomini di Casalecchio de' Conti vennero assoggettati al vicariato di Castel S.Pietro e quello di Castel de' Britti ebbe sotto di sé gli uomini di Ciagnano 5 e nel 1453-4, nella consolidata autonomia bentivolesca, i vicariati di Castel de' Britti e di Ozzano vennero fissati definitivamente, destinati poi a decadere gradatamente e a cessare le loro funzioni effettive intorno alla metà del '500, pur persistendo fino alla rivoluzione francese, sia pur privati di ogni effettiva funzione, come semplici uffici utili, piccole rendite sine cura per nobili, notai e borghesi cittadini. Ad accentuare la decadenza del vicariato di Castel de' Britti sarebbe stata - come vedremo - la frana che avrebbe investito il castello nella seconda metà del '500 e che avrebbe favorito lo smembramento della stessa comunità originaria con la creazione della nuova comunità di Castel de' Britti S.Cristofaro. Dal punto di vista ecclesiastico, dopo le ristrutturazioni postridentine, due di queste comunità, la Croara e Miserazzano, gravitano sulla pieve suburbana o visita di S. Ruffillo (che comprende anche S.Silverio Chiesanuova sussidiale di S.Giuliano Iola, Rastignano, Montecalvo) ma la parrocchia di Miserazzano finirà per decadere e per essere inglobata in quella della Croara, con una tendenza alla fusione che interesserà anche le due comunità civili. (.....)

Economia e riforme a Bologna nell'età di Benedetto XIV



Il lunghissimo conclave da cui uscì Benedetto XIV è indicativo delle difficoltà in cui si dibatteva il pontificato. Si è spiegata questa lunghezza coi condizionamenti esteri nell'imminenza della ripresa bellica per la successione austriaca ma l'accordo non poteva essere raggiunto che su un papa neutrale e quasi di necessità, per la posizione dello stato pontificio, moderatamente filoborbonico. Lo scontro sui problemi interni, su due visioni dello stato e della chiesa, fu di gran lunga più rilevante e si concretò nella diretta contrapposizione di due uomini simbolo: il Ruffo, espressione degli Albani e degli zelanti, del primato romano e dell'accentramento curiale, della difesa dell'immunità ecclesiastica; il bolognese Aldovrandi, uomo tutto politico ed anche economista e speculatore, che usciva dalla famiglia che, coll'ambasciatore Magnani, agli Albani, alla curia ed al Ruffo si era più direttamente opposta nella difesa delle autonomie provinciali, pronto ai compromessi concordatari con le potenze e la società laica ed eterodossa . A testimoniare la centralità dei problemi interni si sa anche che Benedetto XIV lesse in conclave l'opera di Lione Pascoli ma un testo in particolare illumina questa situazione, il Discorso dell'ambasciatore dello stato pontificio al conclave, illustrato dal Dal Pane che, ignorandone l'autore, lo assegnò ad un generico «popolo romano», non accolto come contemporaneo a nostro avviso per una sottovalutazione del livello del dibattito e dello scontro raggiunto nello stato pontificio nel primo quarantennio del secolo — da Venturi. Numerose copie manoscritte reperite in Bologna (di cui alcune provenienti dall'ambasciata bolognese e dallo stesso Benedetto XIV) ne fanno autore il camerinese mons. Conti — dato già noto al Moroni — probabilmente fin da questi anni in stretto contatto con l'ambasciata bolognese (......).

Pierre Subleyras, Papa Benedetto XIV (1741);Reggia di Versailles. Tratto da Wikipedia

La chiesa di Bologna e l'Europa durante l'arcivescovado del Cardinal Vincenzo Malvezzi



Se si eccettuano alcuni panegirici in occasione della morte, fatti da personalità religiose di tutto rilievo e assai laudativi, non si può certo dire che la letteratura sull' arcivescovado del card. Vincenzo Malvezzi sia numerosa e di rilievo' e ciò in particolare contrasto con la letteratura sul suo predecessore Prospero Lambertini-Benedetto XIV che è abbondante e generalmente encomiastica, anche se spesso molto aneddotica e poco incisiva dei problemi religiosi e politico-economici o socio-culturali che coinvolsero la società e la chiesa bolognesi del periodo'-. In effetti forse proprio questa abbondanza di letteratura acritica per il Lambertini ha finito per schiacciare la possibilità di una corretta lettura dell' arcivescovado del Malvezzi, impedendo di cogliere quali profonde linee di continuità legassero le due personalità e le due epoche, naturalmente anche con non irrilevanti differenze di sensibilità e di stile personale e fratture di clima e di situazioni. In particolare poi ha gravato sulla possibilità di una corretta lettura del Malvezzi e della sua epoca il fatto che egli fosse stato il protagonista della soppressione dei gesuiti, per questo amato ed esaltato da una vasta parte del mondo contemporaneo quanto altrettanto odiato da un'altra. Gli elementi di odio e di rimozione già prevalevano con l'avvento di Pio VI Braschi che portava all'immediata disgrazia del Malvezzi e, naturalmente, si intensificarono ancor più dopo la rivoluzione francese e con la Restaurazione. E del resto una sorte, questa, che il Malvezzi condivide con altre grandi personalità bolognesi del periodo, primo fra tutti il marchese Carlo Grassi, che, a nostro avviso, va annoverato tra i maggiori riformatori italiani del Settecento', di cui in parte condivise gli obiettivi ma con cui talora si scontrò duramente. Al più anche in opere recenti si è in qualche modo cercato di salvare la personalità dell'individuo e del religioso ma si è eluso il problema di una valutazione più critica e globale della sua personalità e della sua epoca e delle condizioni più generali della chiesa e della società bolognesi. (....).

Vincenzo Malvezzi, dalla Biblioteca Digitale del Comune di Bologna


Comunità e Parrocchia nell'area Appenninica in Età Moderna



Parlare in breve delle forme tradizionali di aggregazione popolare nella montagna-collina emiliano-romagnola (anche a limitare il discorso a pochi elementi come la comunità e la parrocchia) non è semplice perché, se esistono elementi strutturali uniformanti la cultura appenninica (l'ambiente, una certa unità di cultura materiale e spirituale, l'alimentazione, ecc.), esistono anche tra le diverse aree differenze profonde. Nel piacentino e nel parmense il peso della grande feudalità è rilevante e quasi non conosce fratture dall'età medioevale alla rivoluzione: i castelli conservano anche in età moderna gran parte della loro importanza strategica e sono spesso al centro di veri piccoli stati consolidati dalla tradizione ghibellina e dalla rilevanza dei feudi imperiali liguri a cui li collegano le strade che dalla Lombardia e dalla Padania scendono verso Genova e Sarzana. Nel ducato estense la feudalità montana resta rilevante anche se nei suoi aspetti minori può dar origine a qualche macchietta della commedia dell'arte, come il conte di Culagna poi, per fuggire il ridicolo, ribattezzato d'Acquaviva. In età moderna anzi, per le esigenze politiche e finanziarie degli Este, la feudalità tende nuovamente ad espandersi rispetto alle libertà conquistate dalle comunità nella tarda età medioevale e nella prima età moderna, nonostante non manchino episodi di accanita resistenza popolare. Però, con poche eccezioni come i Montecuccoli, si tratta per lo più di una feudalità frazionata che non sembra più in grado di incidere realmente, mentre al contrario il Frignano con la sua ampiezza e dilatazione vanta una tradizione di autonomia da Modena che ha potuto fondarsi sullo spessore delle persistenze etniche liguri come sull'autonomia dell'abbazia di Nonantola dalla diocesi modenese, sulle periodiche penetrazioni ed occupazioni bolognesi come, infine, sulla stessa espansione estense oltre lo spartiacque, nella Garfagnana. (......)

Per un'indagine dei caratteri originali della pianura bolognese del XVIII Secolo: il Catasto Boncompagni




Il Bolognese, tra il Sillaro e il Panaro, è diviso dalla via Emilia ad est e dalla via Bazzanese ad ovest, che separano nettamente il territorio della collina-montagna da quello della pianura. La città è posta al centro di questo territorio e da essa si dipartono a raggera anche le altre strade secondarie: di cresta (solo parzialmente e più recentemente di fondovalle) verso i valichi e le città toscane; verso Ravenna nella pianura (l'antica via Salara) e su tre direttrici verso il Primaro e il Ferrarese; verso S. Giovanni e Crevalcore con un rettifilo costruito di getto nel 1250 dal comune popolare memore delle antiche realizzazioni romane.
Già questo assetto mostra come il Bolognese sia stato un territorio unitario e la città vi abbia precocemente giocato un ruolo accentratore, a differenza di altre minori città emiliane. Il confronto col Modenese in particolare è pregnante. Il Bolognese storico si spinge lungo la via Emilia con un deciso saliente fino al Panaro, a oltre 20 km dalla città e ad appena 5 km dalla città rivale. Il Modenese inoltre risulta frazionato nel non vasto distretto di Modena, nella diocesi e nelle estese terre enfiteutiche di Nonantola, nel distretto-diocesi di Carpi, nel principato di Mirandola, nel vasto Frignano, nei numerosi e consistenti feudi. Feudi, città alternative di discreta ampiezza, abbazie, confederazioni montane costituiscono altrettanti poli alternativi alla città dominante, spesso anche come mercati. Nel Bolognese invece i diversi centri sorti a raggera ad una ventina di km dalla città (Bazzano, Castelfranco, S. Giovanni in Persiceto, S. Agata, Crevalcore, S. Pietro in Casale, Budrio, Medicina, Caste! S. Pietro) sono stati presto soffocati nelle loro aspirazioni all'autonomia, nelle speranze di crescita artigiana e mercantile e non sono andati oltre la dimensione di piccoli-medi borghi, organizzanti assai ristrette aree in gran parte controllate dalla proprietà cittadina. I feudi sono in tutto tre o quattro, di non grande ampiezza. Diocesi e territorio in gran parte coincidono e molte delle terre di originaria enfiteusi nonantolana sono state riscattate.
Strutture ambientali ed eventi storico-culturali si sono sorretti vicendevolmente a determinare questo assetto. Il carattere della Bologna moderna era già in gran parte delineato in età etrusco-romana, quando la città presentava una oligarchia agraria e consistenti ceti artigianali e mediava nei commerci tra Adriatico e Tirreno, tra Italia centrale e Padania (.....)

Identità storica e vocazioni del territorio bolognese




Colloquio con Alfeo Giacomelli.

Comincerei con una constatazione. Il territorio coordinato dalla città di Bologna ha mantenuto una notevole stabilità nei secoli e paragonato ad altre realtà, per esempio il territorio modenese o quello romagnolo - ha una notevole estensione. Bologna ha sviluppato una capacità di controllo sul contado sconosciuto alle altre città emiliane. Inoltre questo dominio non conosce eccezioni e si manifesta sia verso la pianura, sia verso la montagna. Lei concorda con questa affermazione? 

 Per l'età moderna certamente. Bologna è una grande città di tipo europeo, internazionale, sia dal punto di vista demografico, sia dal punto di vista produttivo. E' assolutamente una delle città trainanti sul piano europeo nella prima rivoluzione industriale, in epoca tardo medievale-primo rinascimentale e quindi su questa base raggiunge anche un controllo del territorio che almeno in area emiliana non ha confronti con le altre città. Però anche nel caso bolognese questa compattezza è il risultato di un processo storico piuttosto prolungato che lascia tracce profonde anche sull'età contemporanea. Bologna ha sicuramente come punto di riferimento della sua organizzazione territoriale in epoca moderna un substrato più antico, che e dato dalla diocesi, cioè l'entità religiosa del territorio, la quale a sua volta riflette un momento organizzativo probabilmente tardo romano, altomedievale, quando la città aveva sicuramente un controllo del territorio già consistente. La diocesi bolognese coincide con lo spartiacque montano, cosa che invece non è avvenuta a lungo per il territorio politico. In età altomedievale Bologna è invece stata una città relativamente perdente rispetto ai centri vicini, perdente sicuramente rispetto a Ravenna, perdente rispetto alla penetrazione longobarda da Modena e dalla Toscana e il suo territorio si è ridotto notevolmente. Ad esempio la contea di Modena si espande praticamente fino al Reno, la marca toscana penetra fino all'altezza di Riola, altre aree sono estremamente frammentate, il territorio della diocesi di Nonantola e lo stesso territorio soggetto all'abate di Nonantola è piuttosto esteso sia in pianura sia lungo la valle del Samoggia e del Panaro, fino ai passi verso la Toscana (Lizzano, Corno alle Scale). Il Comune bolognese, che si costituisce intorno all'autorità vescovile, ha inizialmente il problema di riaffermare la propria autorità. Questo processo di riconquista del territorio, che data tra la fine del XII secolo e la prima metà del XIII secolo, coincide con l'affermazione del comune popolare, con l'affermazione delle arti, con una rivoluzione anche politica ed economica, e con la stessa affermazione dello Studio. Una serie di fenomeni concomitanti che porta Bologna a primeggiare in Europa. (....)

La Madonna di San Luca a Bologna - Valori simbolici del santuario e del portico nel contesto politico-culturale bolognese del Sei-Settecento



Il culto cittadino della Madonna di S. Luca si era delineato assai gradatamente, anche per l'acquisizione duecentesca del monastero collinare alla religione domenicana e poi per la discesa trecentesca delle monache nel convento urbano di S. Mattia, fino al 1433 quando, per iniziativa di Graziolo Accarisi, primo elaboratore della leggenda, erano iniziati i trasporti cittadini dell'antica immagine. Significativamente però era stato solo sotto la consolidata signoria di Giovanni II Bentivoglio, nel 1476, che il culto della B.V. di S. Luca era entrato organicamente nella liturgia cittadina in connessione ai tridui delle rogazioni minori, cominciando a configurarsi, per tale fatto, come specifico culto "nazionale" bolognese Poco dopo, nel 1481, anche la chiesa ebbe i primi significativi ampliamenti. D'altra parte lo sviluppo del culto santuariale mariano si delinea quasi ovunque appunto solo a partire dalla seconda metà del Quattrocento. Agli inizi del Cinquecento il culto patronale cittadino della B.V. di S. Luca era ormai ben definito tanto che lo stesso Giulio II, conquistando la città, come non mancò di confermare la "nazionalità" dei benefici ecclesiastici bolognesi, non mancò di rendergli omaggio, connotando la liturgia "lucana" delle rogazioni bolognesi e il monastero di S. Mattia di particolari indulgenze, in continuità con quelle che pontefici, legati e vescovi già avevano concesso a partire da Nicolò IV. ...


Corporazioni d'arte e famiglie cittadine in relazione con la basilica di San Petronio (secoli XVI-XVIII)



Le circostanze storico-politiche che portarono alla delineazione della figura leggendaria di S. Petronio ed alla sua fissazione come patrono della città sono state oggetto di numerosi studi specialistici né perciò occorrerà insisterci. Su qualche punto merita però richiamare l'attenzione, anche per individuare linee di continuità tra l'età medievale e moderna ed il persistere del culto e della funzione patronale nel mutare delle circostanze storico-culturali. 
S. Petronio è un santo esclusivamente bolognese, funzionale al dominio della città, che nello stesso contado bolognese non ha praticamente alcun culto. Il governo cittadino chiama capitani, vicari, podestà e massari a prestare omaggio per la festa del santo ma il suo culto non si diffonde nel contado. Non c'è alcuna chiesa bolognese che gli sia dedicata, forse con l'unica eccezione di Funo dove però è tardivo contitolare per l'intervento di un senatore Angelelli, né vi sono cappelle o benefici che ne portino il nome, ad eccezione di un beneficio nella metropolitana di S. Pietro. Le stesse immagini del santo compaiono raramente e tardivamente in pale comitatine e sarà da esaminare in quali circostanze e per quale committenza. Inutile dire che in città invece il santo figura in innumerevoli pale ed affreschi, presso numerosissime chiese ed in contesti estremamente significanti: ad esempio nella pala dei Mendicanti del Reni o nell'altare di S. Alò dell'arte dei fabbri, sempre ai Mendicanti, chiesa di giuspatronato senatorio. In contado c'è una sola vera eccezione, quella di Castel Bolognese, l'enclave romagnola conquistata dai bolognesi proprio nel 1388, ossia negli anni stessi della fissazione della repubblica popolare e dei nuovi statuti nonché di fondazione della basilica. S. Petronio è dunque il protagonista di un'impresa coloniale del «popolo» bolognese proprio ai danni dello Stato pontificio, sostiene un' enclave che, con pochissime parente-si, la repubblica bolognese manterrà anche dopo essere stata sottomessa da Roma e dai pontefici, fino al 1794, in un rapporto coi sudditi-alleati romagnoli di reciproca convenienza e sostegno. La soppressione di tale enclave, dopo le tensioni già delineatesi nel 1780 per il piano economico del card. Boncompagni e Pio VI, sarà anche in qualche modo l'evento simbolico della fine di un rapporto, di un compromesso costituzionale instauratosi col pontificato e la curia alla metà del Quattrocento e ricontrattato agli inizi del Cinquecento, poi più volte esplicitamente o implicitamente ridefinito. Non a caso, lasciati nello stesso 1794 liberi di scegliere in rapporto al nuovo piano doganale del tesoriere Ruffo, i bolognesi opteranno di essere considerati stato estero e avranno inizio le più specifiche congiure dei «malintenzionati» e dello Zamboni, già tutte orientate in senso rivoluzionario ed insieme di restaurazione della libertas repubblicana bolognese, apertamente appoggiate da larga parte del ceto senatorio. Tutti gli eventi che ruotano intorno al culto di S. Petronio ed alla stessa costruzione e completamento della basilica conservano dunque, anche in età moderna, un'immediata valenza simbolica e politica nel contesto di una specifica fede civica, municipale, della volontà bolognese di persistere come ben individuata patria e nazione. Finché il culto di S. Petronio resta vivo in Bologna, la città continua a volersi nazione, in un rapporto di amore-odio, comunque di tensione con Roma, con la curia e i sovrani-pontefici. Gli affreschi di palazzo Magnani, sede d'apertura del nostro convegno, ne sono uno degli esempi più eccezionali e non privi di agganci con la lunga durata del culto giurisdizionalista del santo. 
Circa questo rapporto di tensione basti pensare, dopo la fondazione della basilica, all'estromissione delle immagini del legato card. Aleman e di Martino V dal portale di Jacopo della Quercia; basti pensare ai complessi equilibri politici che vedono, dopo i primi interventi di Eugenio IV, la delineazione della struttura quasi definitiva del Capitolo (1 primicerio, 18 canonici, 15 beneficiati) nel 1463, sotto Pio II ed il card. legato Capranica, quando la costruzione della basilica conosce il secondo e maggior impulso, con la famiglia del principe Bentivoglio relativamente defilata a vantaggio delle altre famiglie dell'oligarchia e per contro, con un legato concordatario e filocittadino come il Capranica, promotore dei lavori e fondatore egli stesso di una specifica cappella (che peraltro cederà poi all'arte «bentivolesca» dei macellai, la più prossima al potere del signore. La struttura del Capitolo si consolida in queste circostanze proprio con la cessione ad esso da parte dei XVI riformatori del dazio di piazza, ossia con una delle tante privatizzazioni delle risorse e della finanza pubblica che caratterizzano l'affermazione dell'oligarchia bolognese a metà del secolo, dalla Gabella Grossa dottorale alla Tesoreria all'Università delle Moline, alla spartizione del contado in precise aree di influenza strategico-economica. In questo contesto la basilica ed il Capitolo di S. Petronio vengono ad essere uno dei diversi pilastri della struttura di potere e dell'equilibrio-compromesso politico-istituzionale cittadino.


Per un'analisi dì lungo periodo della proprietà e dell'agricoltura zolese. La tenutina delle Donzelle e di Villa Edvige e Ia sua evoluzione storico-produttiva



Per un'analisi dì lungo periodo della proprietà e dell'agricoltura zolese. La tenutina delle Donzelle e di Villa Edvige e la sua evoluzìone storico-produttiva.

La circostanza della acquisizione da parte del comune di Zola di villa Edvige nella tenuta delle Donzelle e la sua ideata destinazione a centro di studi della storia delle ville, (si spera non solo da un punto di vista architettonico, ma nel senso originario del termine, ossia di "rus", campagna produttiva, agricoltura, impresa), ci invoglia a tentare una prima analisi del territorio e della proprietà zolese, nelle trasformazioni tra la fine del `700 e l'età rivoluzionario - napoleonica, per procedere poi ad un più preciso approfondimento dell'evoluzione della tenuta delle Donzelle nella fase (tutta l'età moderna) in cui fece parte del vastissimo patrimonio fondiario dei padri olivetani di S. Michele in Bosco e quindi, dopo la nazionalizzazione rivoluzionaria, entrò a far parte della nuova proprietà borghese dei Pancaldi e poi dei Giusti. Di particolare interesse risulterà proprio l'esame della fase di transizione, tra la seconda metà del sec. XVIII e gli inizi del XIX, in cui un nuovo ceto possidente e dirigente venne affermandosi anche nella realtà zolese, emergendo in larga misura non solo e non tanto dalle tradizionali attività della grande mercatura internazionale e della banca, ma proprio dai ceti popolari e anche dalle campagne, attraverso le attività artigianali e la mercatura minore (nella fattispecie la lavorazione ed il commercio della canapa) e la stessa produzione e le affittanze agricole, il commercio dei generi. In queste trasformazioni anche numerosi elementi di origine zolese (e più latamente originari delle campagne tra Lavino e Panaro) dovevano svolgere un ruolo rilevante.

 
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